'ndrangheta

Giornalisti e circo mediatico/Ricevo e pubblico

Dopo il mio post sui giornalisti minacciati, ho ricevuto messaggi di vario tipo. Ho deciso di pubblicare quello di un mio ex collega che mi ha pregato di rimanere anonimo, soprattutto per la delicatezza di certi passaggi. Lo pubblico perché si racconta di un altro punto di vista, diverso dal mio. Un blog, per quanto mi riguarda, deve essere anche uno spazio di confronto, senza preclusioni e senza Verità preconfezionate. Quelle le lasciamo ai pennivendoli prezzolati al seguito dei potenti. Ringrazio questo mio collega, ma soprattutto amico, di quanto scrive.

Al circo c’è l’acrobata, la bestia rara, la donna nel cannone. Ma ho imparato che in Calabria quando dici circo dici buffoni. Non quelli di corte, che hanno salvato più regni dei regnanti stessi. Vogliono indicare i fenomeni da baraccone, con le loro esibizioni senza sprezzo del ridicolo.

Ma ieri, su Raidue, non c’era il circo. Almeno non quando ha mostrato all’Italia un problema che l’Italia non vuol vedere. L’escalation di violenza e veleni che sta accerchiando il mondo dell’informazione locale. Ormai si è arrivati al culmine, mentre nel parallelo temporale lo Stato sfida l’Antistato e viceversa.
I numeri parlano chiaramente di un’anomalia tutta calabrese dietro la quale è necessario chiedersi seriamente cosa c’è da fare nell’immediato. Non ha più senso spulciare i codici mafiosi, il tappo è saltato, le abitudini sono un ricordo. Perché succedono da troppi mesi cose che non succedevano prima in Calabria. Dire che non sono mai successe non le farà scomparire. Restano, negli occhi di chi vuol vederli, i filmati con la riunione che decide una cupola, restano le auto manomesse, i portoni saltati in aria e le telefonate minacciose. Restano i bazooka per i giudici e le macchine incendiate per i giornalisti. Mica ciocche di capelli.

Basta conoscere un po’ la realtà calabrese per capire lo sdegno di chi non accetta parate di fronte a questi fatti. Le violenze quotidiane sono l’humus in cui un giornalista calabrese è abituato a lavorare. Il clima di delegittimazione totale. Io stesso so cosa voglia dire un messaggio velato da quando in un locale pubblico a Cosenza un uomo fece una battuta innocua alla ragazza che mi accompagnava. “Fa il duro ma è molto innamorato, non ti lascia un minuto”. Io, lei e lui sapevamo che non era così. Ero molto innamorato, ma la vedevo poco. Era più di un minuto il tempo della nostra distanza. Io, lei e lui sapevamo anche che avevo scritto un articolo che gli altri giornali avevano trascurato. Lui ed io sapevamo com’erano andati i fatti, leggendo si potevano capire le cose che non potevo dimostrare ma che sapevo. Ad appiccare il fuoco era stato lui. Dietro quel sorriso alla mia ragazza vedevo l’inferno. E’ la prima volta che lo scrivo, non sono fatti che si possono denunciare con sicurezza. Com’è la prima volta che scrivo di quella notte in cui, mentre mangiavamo, il mio collega mi fece vedere a quanti centimetri dal punto posto in mezzo agli occhi gli puntarono la pistola. L’aveva raccontato solo a me, e ai carabinieri. E mentre ieri andava di scena Annozero era in redazione a mettere in pagina la solita breve sul tratto della Salerno – Reggio Calabria deviato per lavori. Se qualcuno oggi non ha sbagliato strada dopo aver letto il giornale lo deve ad un giornalista precario da anni, che pur con una paga di 500 euro al mese non ha abbassato la testa se non quando l’hanno spinto a terra. E si è rialzato senza dire niente.

E ieri ad Annozero sono stati rappresentati proprio queste persone. Perché è vero, come scrivono i giornalisti Roberta Mani e Roberto Rossi in “Avamposto”, che c’è un posto in Italia in cui rischi la vita se racconti. Ed è ora di dire basta, uniti, e di mostrare queste storie senza pudore, fosse la punta di un iceberg o un piccolo iceberg vicino ad uno più grande, è sempre in questa zona che va puntato il radar dell’opinione pubblica. Perché parlarne può significare anche salvare qualche vita, magari di quelli che nella Locride o nella Piana erano davanti alla tv e rischiano davvero. Sarà lei, la vita, in grado di stabilire dov’era il grano e dove il loglio.

Ma la lotta alle mafie non è solo un fatto di vita, di arresti e condanne, lo è soprattutto, ma è anche un fatto di simboli, la mafia lo sa bene, e lo sta imparando anche la gente che sabato 25 settembre era accanto ai giornalisti che hanno chiesto a tutti di scendere in piazza. L’ha imparato anche quella che ieri sera era accanto ai cronisti minacciati. A Reggio sono un simbolo fortissimo, come le fiaccolate per Pignatone e Di Landro.
Chissà se ospite in una trasmissione per parlare delle minacce ricevute quel giovane precario ammazzato dalla camorra 25 anni fa si poteva salvare. Si chiamava Giancarlo Siani, e in una delle sue foto più belle si colorava la faccia con i simboli della pace. Come fanno i buffoni.

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