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Giornalisti minacciati di Calabria

Oggi il Fatto quotidiano apre con le storie di otto giornalisti calabresi minacciati. All’interno due pagine di approfondimento (la 10 e la 11). Alcuni di loro sono stati miei colleghi a Calabria Ora. Lucio Musolino, Agostino Pantano, Angela Corica, Pietro Comito. Nell’elenco, ovviamente non completo ché ci vorrebbe un giornale intero per elencarli tutti, non c’è un altro mio ex collega, Alessandro Bozzo. Persone per bene, professionisti seri che spesso fanno il loro lavoro per pochi soldi. Una lezione per tanti che gridano al complotto – uno a caso, Roberto Benigni – mentre con una mano si intascano 250 mila euro per parlare mezz’ora in tv.

Ma la situazione dell’informazione calabrese è ancora più grave. E qui non c’entra solo la ‘ndrangheta. In Calabria non ci sono editori puri, cioè che fanno solo quello, senza altri interessi. Certo, purtroppo tutti i giornali italiani si trovano in questa situazione. Ma nella mia Regione d’origine è ancora peggio. Lì è la politica – e ripeto la politica, non certo la mafia – la più grande azienda. E’ la Fiat della Calabria. E’ la politica che dà da mangiare. E’ la politica che ti fa lavorare. E’ la politica che può ostacolare o agevolare la tua azienda. Nella mia Calabria tutto è politica. Se vuoi fare impresa il tuo successo o il tuo fallimento passa dalle sale della politica. Che c’entra questo con l’editoria?

Bene, facciamo finta che sono un imprenditore. In qualsiasi campo opero – dai trasporti alla sanità, dalla grande distribuzione alla manifattura al metalmeccanico – devo relazionarmi con il politico X o il politico Y. Perché il politico X o il politico Y può agevolarmi la pratica, può accelerarmi il finanziamento, può anticiparmi il bando europeo. Certo, posso decidere di non farlo. Di essere libero, non legato a nessuno. Certo. Ma perché non farlo? Lo fanno in molti. E ci guadagnano. E che sono io, un fesso? Dopo anni di carriera, avendo messo da parte un bel gruzzoletto di soldi, sapete che faccio? Metto su un giornale. Tanto di giovani e meno giovani con in testa il mito di Indro Montanelli o Giancarlo Siani ce ne sono tanti. Trovo uno più anziano che mi possa ricoprire la carica di direttore e il gioco è fatto. Faccio un bel discorso iniziale del tipo: “Siate liberi, rompete le palle a tutti, smuovete il terreno” e bla bla bla. Lascio libero direttore e giornalisti e mi faccio il bello con un giornale d’assalto. Dopo un po’, comincia a chiamarmi l’assessore regionale X o il consigliere Y. Che magari prima non mi chiamavano mai. E si lamentano del trattamento loro riservato dai miei giornalisti. Bene, ora sono entrato nel giro che conta. Mi siederò ai tavoli che contano. Ne trarrò benefici per la mia immagine e per i miei affari. Tutti leciti, per carità. Ora però devo “normalizzare” il giornale, frenare direttore e giornalisti. Spesso basta poco, altre volte devo ricorrere ai licenziamenti.

Poi succede che il politico di riferimento cambi. Le elezioni, in Calabria, possono essere una scocciatura. Chi comanda ora è un altro, che prima non era mio amico. Bene, devo farmelo amico. Non devo più attaccarlo. E così chiedo al giornale un inversione a U. Signori si cambia. E i giornalisti? Chi se ne frega. O mi seguono o li cambio.

Benvenuti nella libera informazione della Calabria.

Nota a margine. Dite a quelli che ora si stracciano le vesti che i licenziamenti e gli spostamenti di giornalisti in Calabria sono avvenuti anche prima.

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