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Carceri, a qualcuno importa dei morti invisibili?

Test. A qualcuno di voi, soprattutto oggi giorno di festa, interessa delle condizioni dei carcerati? A qualcuno interessa dei 150 detenuti che ogni anno muoiono nelle nostre prigioni? Diciamocelo francamente. A nessuno importa niente. Soprattutto se a morire sono i cosiddetti invisibili, gli stranieri per cui nessuno protesta, per cui nessuna televisione si mobilita, per cui nessun partito politico, esclusi i Radicali che da anni lanciano l’allarme, organizzeranno mai banchetti in piazza. Io sono di quelli che sostiene che se uno sbaglia deve pagare. Anche duramente. Senza sconti. Ma l’umanità, quella, non deve mai mancare.

La Costituzione, all’articolo 27, parla chiaro: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato“. Ora, non mi pare che queste poche parole siano state ancora cancellate. Ma dimenticate sì, stracciate sì, umiliate sì. Oggi il quotidiano la Repubblica riporta il caso di altri tre morti stranieri morti in carcere e di cui nessuno si occupa. Scrivo i loro nomi perché è giusto ricordarli.

Marko Hadzovic, Paolo Iovanovic, Mija Diordevic. Gli ultimi martiri involontari di una guerra che lo Stato sta combattendo contro poveri cristi che hanno l’unica colpa di non esser ricchi. Di non potersi pagare avvocati di un certo livello. Di non avere ville in cui chiedere gli arresti domiciliari. Sono quelli che “tanto meglio in carcere che fuori”. Quelli per cui nessuno dirà “hanno dato lavoro e sono brave persone”. Quando inizia la loro riabilitazione di cui parla la Costituzione?

Per Marko, Paolo, Mija, come per Stefano, Simone, Federico ci sono solo botte, soprusi, spalle voltate e porte sbarrate. “E’ una selezione naturale” dicono quelli che dentro ci sono stati. Una selezione che ti trasforma, se ne esci vivo, in una persona peggiore, violenta, perduta dalla società per sempre. Poche, pochissime, ne escono rafforzate. E non grazie allo Stato ma alla loro buona volontà. Allora si svuotino le carceri, si applichino pene alternative che prevedano una responsabilizzazione del detenuto. Negli Usa,Paese con il più alto affollamento delle celle, si usano da anni i cosiddetti braccialetti elettronici. Lo si faccia, di più e meglio, anche in Italia. Si inaspriscano le pene per chi ricade nell’errore di delinquere, ma per chi entra per la prima volta in carcere si tenti una più seria riabilitazione.

Esser giustizialisti, come lo sono io, non significa non essere umani o essere cinici nei confronti di chi sta dentro. Essere tutto ordine e sicurezza non significa lasciar morire dei nostri fratelli dentro una cella di sei metri per sei. Pensateci.

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