Media

Due, tre cose che so dei giornali e dei giornalisti calabresi

Nella mia breve, ma non brevissima, esperienza nel giornalismo di Calabria, regione che ho lasciato per altri lidi, ho tratto qualche bella – si fa per dire – lezione. Premetto che spesso i mali sono italiani, ma nella mia regione si acutizzano fino a diventare cancrena.

1) I giornali non sono stampati per esser letti. Spesso, quasi sempre, veicolano messaggi criptici e misteriosi rivolti a chi deve sapere. È un vizio tutto del giornalismo italiano ma che in Calabria si estremizza. E così, soprattutto gli articoli di politica, oppure i titoli o gli editoriali, sono dei “dite al politico tale che…” nascosti fra le righe e incomprensibili per il lettore medio. Messaggi che servono esclusivamente all’editore o al direttore. Il giornalista è un portalettere. Impressa mi è rimasta la frase che un politico disse a un mio collega durante un convegno: “Non farti usare da chi sta sopra di te, usa la tua testa prima che ti rovinino”. Sta di fatto che i lettori di quotidiani in Calabria sono pochi (eppure altri giornali sono pronti a vedere la luce nelle prossime settimane) e che il giornale locale più diffuso è La Gazzetta del Sud che non è manco calabrese. Un vero fallimento su cui mai nessun direttorone o presunto intellettuale si è mai interrogato.

2) Il sistema di selezione dei giornalisti avviene non per meritocrazia (quelli davvero bravi sono andati via da giovanissimi e hanno fatto carriera in giornali nazionali, vedi Tommaso Labate de Il Riformista o Francesco Verderami de Il Corriere della Sera, e tanti altri ce ne sono), ma per cooptazione. I direttori cooptano i giornalisti secondo criteri personali-soggettivi e gli stessi giornalisti diventano una sorte di guarda-spalla. Seguono ovunque il Direttore e sono i primi a capire cosa vuole. Sono gli occhi e le orecchie suoi nella redazione e captano qualsiasi dissenso.

3) La qualità è scadente. Della parte politica ho scritto al primo punto. Ma anche il resto è un deserto. Della cultura si parla malissimo, spesso si riduce all’articoletto sul cantante di fama nazionale che va in Calabria per qualche concerto e d’estate è un fiorire di seghe mentali sul “quanto è bella la nostra regione”, “come si mangia bene” ecc. o di elenchi di sagre paesane. Chi davvero vuole alzare il livello prima o poi si rompe e molla. La cronaca nera è un elenco di morti ammazzati fine a se stesso e quella giudiziaria è un noioso riassunto di udienze di mafia o una scopiazzatura delle carte dei giudici. Non c’è inchiesta giornalistica indipendente da qualche corrente della magistratura, non ci sono reportage, niente sociale. Nada. Ogni tanto scende da Roma o da Milano qualche mediocre giornalista che però riesce a tirare fuori quello che molti del posto non vedevano, creano la polemica e vanno via.

In poche parole, il giornalismo calabrese è uno scendiletto di affaristi e politici popolato da gente spesso brava e tanto appassionata del mestiere da non vedere i soprusi e la merda che gronda dalle loro tastiere.

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