Esteri

Tsunami, la fine dell’onnipotenza

Ci credevamo potenti. Onnipotenti. Ci credevamo immortali. Ci credevamo superiori e forti. Ci credevamo delle divinità greche al riparo da qualsiasi tempesta o da qualsiasi tragedia. Avevamo visto lo tsunami a Sumatra, in Indonesia nel 2010 e, prima, nel 2004. E vedevamo travolte dalle onde anomale baracche, capanne. E pensavamo: “Tanto sono dei poveracci, dei morti di fame. Ci dispiace per loro, ma tanto si sa che i poveri fanno tanti figli. Al massimo gli mandiamo un euro con un sms e mi pulisco la coscienza“.

E ci dicevamo: Tanto da noi non potrebbe mai succedere“. Mai sarebbe successo nel nostro primo mondo. Noi siamo protetti dai muri di calcestruzzo, dalla nostra tecnologia, dalla nostra superiorità. Non come quei poveri indonesiani.

Poi è arrivato l’11 marzo. Uno, dieci, mille, forse diecimila morti. In Giappone. Nel nostro mondo. Quello popolato da schermi giganti, da macchine potenti, da internet, da case superaccessoriate. Quello protetto da allarmi, da assicurazioni, da azioni in Borsa e da borse Louis Vuitton.

Quelle onde non hanno travolto solo case, auto, semafori, ponti e cavalcavie. Hanno travolto le nostre certezze, la nostra spocchia. Travolta la nostra mania di grandezza.

Siamo piccoli. Punto.

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