'ndrangheta

Sansonetti colpisce ancora

“A Platì anche i bambini sono mafiosi”. Così titolava Calabria Ora un grande articolo su una delle capitali della ‘ndrangheta. Qualche giorno dopo, rispondendo a una lettera di una lettrice che si lamentava della generalizzazione, il direttore del giornale, quel cuor di leone che risponde al nome di Piero Sansonetti, si è scusato del titolo e, sostanzialmente, anche di parti dell’articolo. Beh, caro Sansonetti, l’unica cosa di cui ci si debba scusare è che non ci siano altri giornalisti che, sprezzanti del pericolo e leali verso questa professione che considero sacra, scrivano le cose come stanno. Qui riporto integralmente il pezzo per il quale Sansonetti si è scusato. Leggetelo, è un pezzo di bravura unico.

Quel cartello con l’insegna Platì che spunta al bivio di Natile è un pezzo di landa stanco e segnato dalle pallottole. Anche l’altro più avanti. Qui, in questo budello d’Aspromonte, dove le strade sono crateri e il nemico numero uno è il magistrato antimafia Nicola Gratteri, dicono che sia opera dei cani sciolti, di un branco di balordi che, per sfizio, spara all’impazzata su ogni segnale che sta in piedi.

«Macché ndrangheta, mafia, clan. Quelli stanno a Roma, il malaffare è nella politica. Inizino loro, che sono sempre qui a chiedere voti, a dare il buon esempio. Il vero nodo, da noi, è la disoccupazione», racconta la signora Trimboli. Vende articoli da regalo in un negozio alla fine della discesa, il solo. «Neanche morta» ti fa pagare quel portafortuna esposto in vetrina. Se non sei del luogo, il primo giro è gratis, sei loro ospite. Lo riconoscono subito il volto nuovo giunto in paese. Lo pedinano. Gli scugnizzi spuntano dai vicoli, vengono fuori da ogni angolo. Si danno il cambio per non dare troppo nell’occhio. Sgasano su delle moto sgangherate, senza assicurazione. «Costa troppo, e i soldi sono pochi», raccontano. Hanno tutti meno di dieci anni, le vedette di Platì. Nessuno infila il casco. Da questi parti è da pazzi portarlo, rischi di beccarti una pallottola, vogliono vedere la faccia di chi passa. A un carabiniere che aveva osato sequestrare una dozzina di motorini, gli hanno sfasciato l’auto, a quel cristo che era venuto a prenderseli con il carro attrezzi, lo hanno pestato a sangue. Non è un novità che i clan del posto azzannino, di tanto in tanto, uno sbirro. Due decenni fa ne accoppano uno, da queste parti. Muore, a soli 33 anni, il brigadiere Antonino Marino. I sicari fanno fuoco sotto gli occhi della moglie e del figlio, quando a Bovalino la folla festeggia il santo patrono. Aveva ficcato il naso dove non avrebbe dovuto. Per la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, l’ordine partì dal boss Barbaro Castanu. Si chiamano tutti allo stesso modo, i mafiosi del posto. Si chiamano Perre, Sergi, Trimboli, Papalia. Uccidono, tempo addietro hanno fatto secco il sindaco Demaio. La casa dei Barbaro è un villone che svetta in cima alla salita. Un tempo non molto lontano, per fare “i piccioli”, catturavano ricchi gentlemen del nord e sposavano parenti e cugine. Adesso, che di acqua sotto i ponti ne è passata, sposano parenti e cugine, ma è il narcotraffico il vero business. Si racconta: i clan di Platì, e i loro uomini fuori di testa, votano, dettano legge nei comuni dell’hinterland milanese, muovono il cemento, si aggiudicano gli appalti, forse hanno messo gli occhi sull’Expo. «Dopo questa storia, alcuni, gente a modo che si era costruita una nuova vita, hanno perso il lavoro», ribadisce la signora Trimboli. Ci sono 100 metri di strada da qui al “Nuovo platano”, un bar con vetri a specchio e ristorante annesso, “Parco d’Aspromonte”. è di un capomafia, tra i pochi sopravvissuti all’ultima ondata di arresti. Lui oggi non c’è. Quando ci metti piede, gli anziani che siedono ai tavoli ti bucano l’anima. Ti scrutano dalla testa ai piedi. Al bancone, un uomo sui quaranta – jeans, maglietta e solido come una quercia – dice di chiamarsi Francesco Grisolia. Lo hanno ammanettato nell’inchiesta “Marine”. «Mi ero aggiudicato il servizio mensa per le scuole, ma poi mi arrestano per 416 bis. La ’ndrangheta è un’invenzione, le ditte non si presentano alle gare perché credono sia giusto che l’appalto se lo aggiudichi quello del luogo. Ma io non ho mai minacciato nessuno, funziona così ovunque». Lui la chiama «usanza» Sotto, dove sorge il ristorante, nel 2009 hanno battezzato capo della cupola Domenico Oppedisano, alias Micu. Era il giorno in cui il giovane pargolo di Barbaro Castanu, un pozzo di mafia, convolava a nozze con una ragazza di nome Elisa, la figlia del defunto padrino Antonio Pelle, dei Pelle Gambazza di San Luca. Le famiglie prenotarono due sale. C’erano tutti, a quel matrimonio. C’erano capi, sottocapi e reggipanza. Tutti al Parco d’Aspromonte, per festeggiare i novelli sposi alla presenza del numero uno della provincia, don Micu Oppedisano. Dice suor Annalisa che qui la famiglia è sacra, che «nessuno ha mai divorziato». Nessuno nessuno. «Zero divorzi, non esiste». Dice:«La donna è il perno centrale, ma in chiesa gli uomini siedono dietro, per conto loro, e le mogli avanti. è difficile vedere, per le vie, un ragazzo e una ragazza assieme». è costume, cultura, tradizione. Il parroco del paese se ne sta nella canonica. Per quel che racconta – è vero, dice proprio così – gli è stato «proibito parlare di Platì». Chiede scusa e s’infila dentro. Come pure l’ultimo sindaco, Michele Strangio. Abita in via San Pasquale, una strada cieca. Non ha tanta voglia di raccontarsi, oggi: «è finita», saluta prima di tapparsi di nuovo in casa. Dopo le sue dimissioni, il Comune è retto da un commissario. Qui non è una novità. Per ben 15 volte i commissari hanno sostituito la giunta. L’ultima volta risale al 2006. Il capo dello Stato sciolse il consiglio comunale per mafia. Dal rapporto dell’allora ministro dell’Interno, Giuliano Amato, erano arrivati segnali tutt’altro che incoraggianti. L’inquilino del Viminale scrisse tutto d’un fiato:«Il Comune, i cui organi elettivi sono stati rinnovati nelle consultazioni amministrative del 13 giugno 2004, presenta forme d’ingerenza da parte della criminalità organizzata». Era l’estate del 2006 e, tre anni prima, amministratori e sindaco erano stati coinvolti in un’inchiesta denominata “Marine”. L’indagine aveva portato alla luce una sorta di paese sotterraneo che garantiva continue vie di fuga ai latitanti delle famiglie. A pagina uno della sua relazione, il ministro riportò il fatto al presidente Giorgio Napoletano: «Il grado di penetrazione della ’ndrangheta è attestato dall’esito di un’attività investigativa nel corso della quale è stata scoperta una fitta rete di cuniculi sotterranei che collegavano le case sei mafiosi». E ancora:«La certificazione antimafia, nel biennio, è stata chiesta una sola volta. è sintomatica la vicenda dell’appalto per il servizio mensa nelle scuole materne, elementari e medie aggiudicato a una ditta, unica offerente, il cui titolare è legato da stretti vincoli di parentela all’indiscusso capomafia locale». Ora, di quel che negli anni è stato, restano solo cinque palazzine costruite in fondo alla discesa. Sono le case popolari, e sono lì da un quarto di secolo. Hanno speso un botto per fabbricarle. Le hanno alzate, ristrutturate e mai assegnate. Nel cortile ci pascola un gregge di pecore. E poi, rimasugli di cibo, cessi interi, suole di scarpe arrugginite, vetri, siringhe. «Presto le case verranno assegnate ai Perre, a cui sono stati confiscati i beni», dice un’autorevole fonte inquirente. Ilario Filippone/Daniela Ursino

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One thought on “Sansonetti colpisce ancora

  1. caro amico, non mi sono affatto scusato dell’articolo ma del titolo. L’articolo era un bel articolo il titolo era una stronzata. E peraltro lo avevo fatto io. Tu sai che ogni tanto i giornalisti fanno delle stupidaggini? bene, quel titolo era una stupoidagine. Il titolo recitava così: “A platì anche i bambini sono mafiosi”. Non ci vuole un genio per capire che quel titolo era una idiozia di cui scusarsi. Se tu non lo hai capito non ci posso fare niente.
    Piero Sansonetti

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