'ndrangheta

Peppino e Aldo

Peppino Impastato

Oggi ricorderanno Aldo Moro e le vittime del terrorismo. Giustamente. Ma oggi dimenticheranno Peppino Impastato e le vittime della mafia. Ignobilmente. Anche allora, il 9 maggio 1978, ricordarono e piansero e applaudirono e osannarono Moro. D’altronde Cinisi era lontana. Chi se ne fotteva di quello sputo di case vicino all’aeroporto di Palermo Punta Raisi?

Poi era pure comunista, quel Peppino lì. E si sa che i comunisti hanno sempre strane idee per la testa.

Oggi non deve essere la giornata dei ricordi contrapposti, Moro contro Impastato. Ma dei ricordi assimilati. Perché, oggi come ieri, il problema mafia è più acuto che mai. E il terrorismo, oggi rispetto a ieri, è stato quasi del tutto debellato.

Quindi non si tratta nemmeno di ricordarlo, Impastato. Quanto di viverlo. Vivere come lui, gridare ogni giorno che la “mafia è una montagna di merda”. Dirlo ogni giorno che quegli stronzi non ci permettono di essere liberi. E sapete che cosa significa esser liberi? Significa non essere liberi di nominarli, non chiamarli con il loro nome, i mafiosi, non scriverci sopra. Niente.

Nel mio paese in provincia di Reggio Calabria, non devi nemmeno scrivere quello che tutti sanno: chi sono le famiglie di ‘ndrangheta, cosa fanno, come trafficano e come ammazzano. Niente. Nel 2011 ci sono zone d’Italia, come il mio paese, in cui la democrazia è sospesa, la libertà negata, l’informazione martoriata.

Per questo, oggi, ricorderò Moro ma vivrò Impastato.

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