Società

Giorgio Ambrosoli, l’eroe borghese

Giorgio Ambrosoli

Quando un eroe era davvero un eroe. Quando un eroe non era chi segnava una rete di tacco nella finale mondiale o chi faceva lo stalliere mafioso nella villa del presidente del consiglio. Quando un eroe non era un pluripregiudicato o un banchiere bancarottiere. Quando un eroe era un eroe borghese. Oggi, 11 luglio, nel 1979 moriva Giorgio Ambrosoli. Commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, pagò con la morte la sua ostinazione di uomo con un forte senso dello Stato e delle regole.

Si oppose al fallimento della banca di Michele Sindona, il cassiere della mafia in combutta con apparati dello Stato, amico di lunga data di Giulio Andreotti e di mezza Dc. Quell’Andreotti che poi verrà riconosciuto mafioso, ma solo fino al 1980. Poi, amen. Immacolato come un chierichetto.

Ambrosoli non voleva che Sindona e i suoi amici la passassero liscia. Dovevano pagare, fino all’ultimo centesimo. Fu minacciato, blandito, poi di nuovo minacciato. Si sentiva braccato. Sapeva di rischiare quasi come se maneggiasse una bomba. Scrisse alla moglie: “Anna carissima,  dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto“. Era spacciato. Lo sapeva.

Venne dagli Stati Uniti, il suo killer. William J. Aricò. Fu pagato 25mila dollari. Nemmeno troppi. Valeva poco, evidentemente, la vita di un eroe borghese.

Su di lui il giornalista e scrittore Corrado Stajano scrisse un bel libro, “L’Eroe borghese”. Appunto.

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