Media

I precari contro Santoro

Il “re” della tivvù libera Michele Santoro presenta Servizio Pubblico, il suo nuovo programma, al motto “Scassiamo la casta”. Ma l’unica cosa che ha scassato questo televenditore della finta libertà è il concetto di giornalismo, trasformato in un circo, in una guerra santa, in un coacervo di luoghi comuni e di ipocrisia.

E’ con piacere che riporto la nota dei giornali precari di Roma che smascherano Micheluccio e gli dicono: “Lo facciamo noi il lavoro per te. Ma a 1000 euro”.

«Abbiamo deciso: ci autocandidiamo anche noi per prendere il posto di Annozero pronti a guadagnare cifre a due zeri anzichè a sei. Noi, i precari del mondo dell’informazione, quelli senza i quali nessun giornale finirebbe in edicola e nessun programma televisivo andrebbe in onda. Noi grazie ai quali, qualcuno, può guadagnare cifre a sei zeri a fronte dei nostri compensi a due o tre zeri». Lo annuncia il Coordinamento dei giornalisti precari di Roma. «Michele Santoro saluta la Rai – aggiungono i giornalisti precari – incassa l’ennesimo assegno, riempie le piazze parlando di libera informazione, gremisce palazzetti urlando al complotto contro il suo essere libera informazione, salvo poi chiedere che siano i suoi destinatari a sostenere il programma. L’informazione si paga, questo è sacrosanto. Ma se l’informazione siamo noi, giornalisti da ‘due o tre zerì al mese, perchè non vale l’aurea regola che l’informazione si paga? Santoro ha detto che farà solo contratti giornalistici a chi lavorerà per lui in streaming a Servizio pubblico, a differenza di Annozero, ai tempi della Rai.
(…)
Ma mentre lui saluta, al suo posto, per occupare il giovedì televisivo, si candida Giuliano Ferrara. ‘Solo un’autocandidaturà replica la Rai, ma intanto la notizia riempie quegli stessi giornali tenuti in vita dai precari. E allora ci autocandidiamo anche noi e sfidiamo i Santoro e i Ferrara sul terreno dell’informazione». I precari si dicono pronti a «prendere le redini di un programma di inchiesta, di informazione, e non di opinione politica. Siamo pronti noi, giornalisti da ‘due zerì al mese, a intervistare politici da ‘cinque zerì al mese al posto di giornalisti da ‘sei zerì l’anno. Siamo pronti – concludono – con un decimo di quanto costerebbe un programma firmato da un Santoro o un Ferrara». (ansa)

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