Politica

Il paese dei tassisti

Non voglio buttare la croce addosso a una parte del nostro Paese, come i tassisti. Ma la retromarcia fatta dal governo, spero solo momentanea, sulla liberalizzazione delle licenze è un simbolo di questo nostra Italia basata sulle corporazioni, sulle caste (perché non c’è solo quella dei politici, anzi), sulle lobby e sulle corporazioni.

I tassisti fanno bene a protestare. Lo farei anche io, se fino a oggi ho ciucciato soldi dai consumatori e se da domani mi dicono che non posso più farlo o che mi devo confrontare con una concorrenza ancora più aggressiva con gli altri più numerosi colleghi. Sarei uno stupido a dire supinamente: “Prego, limitate il mio giro di affari”.

Però dal governo, da questo governo, ci si aspetterebbe che se ne fregasse, anzi che se ne fottesse dei tassisti. Che facciano sciopero. Tanto io, Mario Monti, non sono un politico bisognoso dei voti. Che facciano sciopero anche i farmacisti. E i notai. E altre sanguisughe che in questi decenni si sono ingrassati a scapito degli italiani “normali”. Che protestino. Tutti. E vediamo chi si stanca prima.

Eppure, Monti, questo discorso non l’ha fatto. E me ne dispiace. “Aspettate e vedrete” ha promesso alla Camera ieri. Io aspetterò. E vedrò. Ma si sbrighi, presidente.

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