Politica

Bossi e la fine di un ventennio

Umberto Bossi ha lasciato le redini della Lega Nord. E nell’aria si respira la sensazione del tramont0 di un’epoca. E sì, perché più della fine (politica) di Silvio Berlusconi, la fine (politica) di Bossi rappresenta la conclusione di un brutto libro.

Un libro sconclusionato, scostumato, dalle venature horror che si è iniziato a scrivere più di 20 anni fa. Quella cavalcata in salsa padana partita nel 1990 ha percorso la politica italiana, ha accompagnato la fine della Prima Repubblica e salutato la nascita della Seconda, la figlia illegittima e bastarda.

La Lega Nord, più di Silvio Berlusconi, ha trasformato la politica da agone politico a volte oscuro, altre volte meschino ma pur sempre dignitoso, in un suk di invettive, razzismo, egoismo, territorialità, campanilismi.

Se Berlusconi ha segnato la vittoria dell’immagine nella res pubblica e rappresentato l’ipertrofia dell’Io condensato in un “ghe pens mi” dai toni napoleonici, Bossi ha sdoganato la pancia. L’istinto – di prendersela con i “negher”, con i diversi, con i deboli, con i meridionali – ha assunto pari dignità della logica. Anzi, il politico che ancora si affidava alla testa, al cervello e che seguitava a inseguire la razionalità veniva immancabilmente tacciato di essere un politico di professione, un professionista della politica, una meretrice della politica.

Da oggi sarà tutto diverso. Meglio non so. Ma diverso, sicuro.

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