Società

Suicidi dell’informazione

Suicidi suicidi suicidi. E poi: suicidi suicidi suicidi. Ah, un momento: suicidi, suicidi suicidi.

A me hanno insegnato, nelle poche redazioni in cui ho lavorato fino a ora, che di tragedie del genere non si scrive. Perché dietro una scelta del genere c’è spesso un marasma di motivazioni che pescano nell’intimità, nell’animo, nel conscio e nell’inconscio.

E invece no. I nostri giornali, i valenti giornalisti, le truppe cammellate della cronaca hanno le loro certezze inossidabili. Basta leggere solo gli ultimi casi di oggi (QUI e QUI). Nessun dubbio. Si uccidono per il lavoro.

Certo, per il lavoro. Ma siamo sicuri che sia solo per questo? Come è possibile emettere sentenze così lapidari su vicende umane e come tali imponderabili? Intervistata da un giornalista di Servizio Pubblico, la figlia di un imprenditore romano ha negato problemi con le banche del padre e si è detta sorpresa di quanto avvenuto al padre.

Ovviamente, il giornalista di Santoro non si è fermato un minuto a pensare, a ragionare sui danni che un tale giornalismo d’accatto provoca sulla società. E su persone propensa alla depressione e al suicidio che sentono di poter contare su un’eco mediatica di così alto livello.

Siamo di fronte a un’altra figura barbina del nostro povero giornalismo di periferia.

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