Economia

Sulcis, ovvero di perdenti

Minatori del Sulcis in protesta

Il lavoro che ti sporca le mani, che ti riempie le narici, che ti ostruisce le vie respiratorie. Il lavoro che ti consuma, ti logora, ti opprime. Il lavoro a cui rimani attaccato come il bimbo al seno materno. Il lavoro per cui ti tagli le vene, perché ti dà dignità, forza, ti fa sentire uomo, padre, figlio. Il Sulcis è la realtà che fa capolino, tra spread, mercati azionari, Borse, tori e orsi, indici. Il Sulcis è il novecento sporco, terreno e materiale che irrompe nel Duemila delle illusioni pulite, fumose ed eteree. Il Sulcis è il grido di dolore di un mondo produttivo morente.

I minatori in lotta delle miniere sarde ci ricordano dove stiamo andando, dritti su una macchina a 100 chilometri orari contro un muro. Ci inginocchiamo devoti ai piedi di un modello economico che ci rende tutti perdenti. I minatori del Sulcis, gli operai Fiat di Mirafiori e Pomigliano d’Arco, i dipendenti della Sanit d Benevento e i perdenti in partenza delle tante vertenze aziendali.

Ma tiriamo dritti. Il muro si avvicina ma nessuno scende dalla macchina. Nel 2012 e nel 2013 i dati parlano di  un Prodotto Interno Lordo dell’Italia ancora negativo. Ma nessuno scende dalla macchina. Cresce la disoccupazione giovanile e i precari sono 3 milioni, ovvero la stragrande maggioranza dei nuovi contratti di lavoro. Ma nessuno scende dalla macchina. Per la rivista Economist, stanno rallentando anche le economie di paesi emergenti come Cina, Brasile, Argentina (vicino a un nuovo fallimento) e India. Ma nessuno scende dalla macchina. L’economia basata sul petrolio, basta guardare i prezzi della benzina, sta diventando insostenibile. Ma nessuno scende dalla macchina.

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