Esteri

Dove osano i tomahawk

Ci siamo alzati una mattina con i video di uccelli vomitanti fuoco e cattivi presagi. Tomahawk. Così chiamano gli americani i loro splendidi missili a lunga gittata. Come gli indiani oppressi e cacciati dalle loro terre chiamavano le loro lance da guerra, che poco poterono in quella guerra contro fucili, polvere da sparo e cannoni.

Ci siamo fermati a guardare quei Tomahawk, specchiandocisi, riflettendoci tutti i nostri dubbi e tutti i nostri timori. Li abbiamo visti alzarsi in volo, quasi goffi, quasi pigri, dai loro scompartimenti nella pancia della nave da guerra americana. Li abbiamo visti partire nel cielo buio, verso un punto da qualche parte nella Siria. Non li abbiamo visti schiantarsi, ma ci dicono che sì, hanno fatto tanto male all’aviazione del dittatore Assad che pochi giorni fa ha gasato donne e bambini del suo stesso popolo.

Ci siamo divisi, attorno a quei Tomahawk. Chi a favore, chi contro. Chi “era ora”, chi “ora dove andremo a finire”. E mentre ce lo chiedevamo nella pacifica Svezia un qualche altro terrorista lanciava l’ennesimo camion di morte contro un certo commerciale. E’ la guerra ai tempi dei social network, bellezza. Una guerra pulviscolare, parcellizzata, diffusa, liquida, a bassa intensità. Che viene a trovarti a bordo di un camion o in groppa a un missile da 200.000 dollari cadauno.

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