Esteri

Dove osano i tomahawk

Ci siamo alzati una mattina con i video di uccelli vomitanti fuoco e cattivi presagi. Tomahawk. Così chiamano gli americani i loro splendidi missili a lunga gittata. Come gli indiani oppressi e cacciati dalle loro terre chiamavano le loro lance da guerra, che poco poterono in quella guerra contro fucili, polvere da sparo e cannoni.

Ci siamo fermati a guardare quei Tomahawk, specchiandocisi, riflettendoci tutti i nostri dubbi e tutti i nostri timori. Li abbiamo visti alzarsi in volo, quasi goffi, quasi pigri, dai loro scompartimenti nella pancia della nave da guerra americana. Li abbiamo visti partire nel cielo buio, verso un punto da qualche parte nella Siria. Non li abbiamo visti schiantarsi, ma ci dicono che sì, hanno fatto tanto male all’aviazione del dittatore Assad che pochi giorni fa ha gasato donne e bambini del suo stesso popolo.

Ci siamo divisi, attorno a quei Tomahawk. Chi a favore, chi contro. Chi “era ora”, chi “ora dove andremo a finire”. E mentre ce lo chiedevamo nella pacifica Svezia un qualche altro terrorista lanciava l’ennesimo camion di morte contro un certo commerciale. E’ la guerra ai tempi dei social network, bellezza. Una guerra pulviscolare, parcellizzata, diffusa, liquida, a bassa intensità. Che viene a trovarti a bordo di un camion o in groppa a un missile da 200.000 dollari cadauno.

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Segui la gonna

Quanto sta scucendo a David Petraeus ha del patetico, se non ci fossero di mezzo i morti (quelli dell’assalto al consolato di Bengasi, in Libia). Un paese intero, gli Stati Uniti, da 3 giorni paralizzato non da un attacco termonucleare, non da un nuovo undici settembre, non da un’offensiva islamista, ma da una storia di corna.

Un generale, a capo della potente e temutissima e rispettabilissima Cia, che, turlupinato da gonne e gonnelle, si fa soffiare (forse, è questo che sta cercando di capire una commissione di inchiesta del parlamento) informazioni riservate, possibili ricatti, con in sottofondo la strage di 4 americani a Bengasi che non si capisce come siano morti.

“Segui il denaro” diceva Gola Profonda al giornalista Bob Woodward che indagava sul Watergate e sul presidente Richard Nixon. “Segue la gonna” sarebbe il motto di questa storia che insegna, soprattutto al mondo arabo, che potere può avere la donna.

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Col cazzo, cari islamici

“Col cazzo”. Ecco come dovrebbe rispondere l’Occidente quando il prossimo libanese, il prossimo siriano, il prossimo palestinese del cazzo gli chiederanno l’ennesimo intervento armato contro qualche dittatorello locale.

Sono e continuo a rimanere contrario al ruolo moralizzatore ed etico dell’Europa e degli Stati Uniti che non dovrebbero impicciarsi in faccende prettamente locali come quelle libiche e quelle siriane. Intervenire in Siria perché Assad è un assassino è illogico e senza motivo. Che i siriani se la vedano da soli.

Sono e continuo a condannare il regista del film che ha offeso Maometto perché ritengo, da ateo, che il rispetto per la sensibilità di ogni religione, qualsiasi essa sia, venga prima di tutto.

Però a tutto c’è un limite. Come ha scritto il bravo Guido Olimpio, giornalista del Corriere della Sera, su Twitter, i popoli del Medio Oriente non perdono occasione di perdere occasione.

Abbiamo, qui dall’Occidente, guardato con favore alle loro primavere. Abbiamo salutato il coraggio dei ragazzi di piazza Tahrir al Cairo e quelli della Tunisia. Li abbiamo aiutati (ripeto, erroneamente) in Libia. E ora?

E ora ci assaltano le ambasciate in Yemen, in Palestina, in Sudan, in Bangladesh, in Malesia (e non solo). Ci ammazzano i diplomatici in Libia con la scusa dell’offesa arrecata dal film. E piangeranno, lor signori in Medio Oriente, che è colpa nostra se vivono in povertà, se non mangiano, se non hanno le stesse possibilità di un occidentale.

Eh no, cari amici musulmani. Se siete dei morti di fame è solo colpa vostra e dei governanti che vi siete scelti. Se noi abbiamo il rock, il cinema, le star, Hollywood, il progresso, l’Apple, Microsoft è perché ce lo siamo guadagnati. Contro tutto e contro tutti. Anche contro di voi che solo qualche centinaio di anni fa eravate molto più forti, molto più istruiti e molto più aggressivi di noi. Ricordate?

Noi amiamo gli Stati Uniti perché ci piace la libertà. Sbagliano, gli americani. Hanno atteggiamenti imperiali. Ma, dannazione, sono liberi e noi ci ubriachiamo di libertà. Ce ne mangiamo a tonnellate. E ok, la democrazia è un po’ ammaccata e i banchieri hanno preso troppo potere. Ma siamo liberi.

E voi?

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Sto con Clint Eastwood

Ho trovato geniale la performance di Clint Eastwood alla convention repubblicana. Rimane un uomo indipendente che non ha mai nascosto le sue simpatie per il GOP. Definirlo pazzo, come fa Michael Moore, solo perché appoggia un partito che non ci piace, è da dementi.

Come scrive il critico del New Yorker, Roger Ebert:

«Forse è stato eccentrico ma non un disastro e il suo discorso sarà ricordato con affetto come uno dei momenti umanamente interessanti della convention»

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Rimpiangeremo Assad

In Siria è in atto una battaglia decisiva, come ormai ammette anche l’unica alleata rimasta, la Russia. Un ministro è stato ucciso da una bomba  sospettosamente occidentale. Tra un po’ l’Occidente avrà la sua bella rivoluzione vinta per conto terzi. E, come in Iraq, avrà contribuito a portare al governo ancora gli sciiti. Effetto collaterale, ovvio. L’Iran, patria degli sciiti, potrà allungare le sue mani su un altro paese.

Tra un anno, o anche meno, staremo tutti qui a piangere sui fondamentalisti che, mannaggia, impongono la sharia. A quel punto, sì, rimpiangerete Assad.

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C’è crisi. Guerra alla Siria!

Il presidente siriano Bashar al Assad

L’odore della crisi attira lo sciame della guerra, come il sangue fa con gli squali. E la crisi economica dell’occidente impone un altro scalpo di guerra.

Tempo fa scrissi che la Siria andava bombardata. Oggi, ho cambiato idea. Lo ammetto. Per un semplice motivo. Nel caso della Siria sto vedendo lo stesso film della Libia. Tutti insieme appassionatamente a buttar giù il nostro ex amico Muammar Gheddafi, per poi scoprire che il paese sta nel bel mezzo di una guerra fra bande di predone. Ed è normale che sia finita così. Quando l’occidente interviene a favore di uno dei contendenti in campo ne altera le forze in campo. Ne “droga” la potenza a favore di una parte. Poi, quando l’occidente esaurisce il compito, lascia dietro di sé una situazione liquida e caotica. Si guardi la Tunisia o l’Egitto, paesi che si sono fatte la guerra civile in pace e ora, tra mille difficoltà, hanno imboccato una strada democratica.

(Parentesi. I media occidentali hanno berciato per settimane che la vittoria di Morsi, dei Fratelli musulmani, avrebbe potuto portare il paese verso posizioni estremiste. Che la sharia, la legge islamica, sarebbe imperversata. Che chissà come sarebbero state trattate le donne. Bene, oggi si scopre che Morsi, il cattivo ed estremista Morsi, ha nominato una donna – donna! – e cristiano – cristiano! – come vicepresidenti. Ignorano, i nostri bercianti giornali, che i Fratelli musulmani possono essere associati alla nostra Democrazia cristiani. Partiti religiosi sì, ma laici. Parentesi chiusa).

Ecco, la Siria mi ricorda la Libia. In Siria c’è una guerra civile. Embè? Che problema c’è? Ogni stato che si rispetti ha avuto la sua guerra civile. Negli Stati Uniti ha fatto 360mila morti. Nessuno è andato a metterci le mani. In Siria il governo ammazza i civili? Embè? E’ normale in una guerra civile. Barbaro, ma normale. In Siria i soldati non fanno entrare giornalisti stranieri e membri delle Nazioni Unite. Embè? Sarà pure libero uno stato di bloccare chi vuole?

Io sto, ovviamente, con i ribelli siriani. Ma se i ribelli siriani saranno bravi e forti a liberarsi di Assad, tanto di cappello. Altrimenti meritano di essere sconfitti.

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New York, appunti di viaggio

“Se torni da New York dicendo anche tu, come un collega, che la Grande Mela è la capitale del comunismo, ti meno” mi ha ammonito un caro amico.

Sì, New York è davvero un mondo a parte rispetto agli Stati Uniti. Ma no, New York non è comunque “comunista”. Neanche nell’accezione più fantasiosa ed elastica del termine. A New York il capitalismo si respira nei fasti moderni e postmoderni di Times Square. In quelli architettonici di Brooklyn. In quelli culturali di Broadway. In quelli economici di Wall Street. Il capitalismo trasuda da ogni bandiera a stelle e strisce che sbuca dal più piccolo bugigattolo. Il capitalismo ce l’ha scritto in faccia anche quel barbone che si accascia sulla pista ciclabile sul ponte di Brooklyn, fiaccato dal caldo e dalla stanchezza. Perché il capitalismo, sembra dire anche quel barbone senza speranze, dà un’opportunità a tutti. Senza distinzione di censo o di nascite. Ma se quell’opportunità non sai o puoi coglierla, allora è giusto rimanere indietro. Ché lo Stato mica può aiutare tutti?

Una New York sempre maestosa. Ma con un qualcosa di malinconico che ne attenua l’entusiasmo. Al posto delle Twin Towers sta sorgendo, già alta e torreggiante come poche cose al mondo, la Freedom Tower, la torre della libertà. Ma non è più la stessa cosa, non sarà mai più la stessa cosa. Come una copia bella, affascinante di un quadro ma che sempre copia rimane. Wall Street rimane lì, al centro del mondo capitalista. Se c’è una bandiera, un luogo o un simbolo del capitalismo, quella bandiera, quel luogo o quel simbolo è Wall Street. Ma non è più come prima. Non sarà mai più come prima.

L’Europa, di là dall’Atlantico, fatica e mette a rischio la debole ripresa economica statunitense. E le stesse banche statunitensi, pilastro dell’economia capitalista, hanno tradito la fiducia di americani. Si è rotto quel patto fra manager e banchieri e cittadini. Voi guadagnate tanto ma a noi garantite benessere e protezione finanziaria.

No, non sarà più lo stesso. New York sarà pur sempre New York. Ma con qualche ruga in più.