Media

Il futuro del giornalismo?

 

Tavole rotonde, briefing a porte chiuse, a porte aperte, a porte semiaperte. Convegni, riunioni, esperti del sistema, critici del sistema, animatori del sistema, detrattori del sistema. Tutti insieme appassionatamente ogni tanto si riuniscono in qualche località amene a discutere del futuro del giornalismo.

E’ morto? No no, cosciente. Sì, cosciente ma debilitato. Sì, sicuramente vivo. Vivissimo. Ma che dici, internet lo ha ammazzato.

Peccato che, tra un dotto disquisire e l’altro, si perda di vista il presente del giornalismo. Che è fatto, per la stragrande maggioranza dei “braccianti”:

  1. di precarietà
  2. di sabati e domeniche non pagate
  3. di abusivismo (assunzioni come poligrafico ma in realtà in redazione in pianta stabile)
  4. di 4 centesimi a rigaggio
  5. di contributi pensionistici non versati
  6. di mobbing.

A questo si aggiunga che l’ultima bozza di riforma del settore prevede la multa per il direttore (spesso persona ricca, facoltosa e anche sgamata) e il carcere (!) per il giornalista (spesso ragazzo senza un soldi, squattrinata e precaria).

E no, signori. Non è uno scenario che riguarda pochi. Basta farsi un giro qui. E no, signori. Non è che uno è precario e sottopagato solo perché è un fallito (ci sono anche quelli eh, ma quanti falliti sono pagati lautamente?). Basta andare a leggersi la storia di Giancarlo Siani.

Ecco, se magari fra un futuro e l’altro ci ricordiamo del presente, signori, magari ci fareste un piacere.

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Media

L’ipocrisia incinta dei media italiani

Mi ha fatto una certa tristezza e mi ha lasciato un certo retrogusto amaro leggere sui siti di informazione italiani della vicenda del nuovo CEO, sostanzialmente il nuovo amministratore delegato, di Yahoo, Marissa Mayer.

La storia è affascinante. Una donna che lascia Google, azienda che va a gonfie vele, per andare a guidare un’altra azienda digitale, Yahoo, in crisi. Una ragazza, perché di questo si tratta, di 37 anni che fa presente ai nuovi datori di lavoro di essere incinta, argomento nemmeno toccato in consiglio di amministrazione.

Ma lo stupore con cui la notizia è stata accolta e raccontata in Italia – oh mio dio, una donna! oh, anche incinta! – segnala una estrema arretratezza nel campo del diritto delle donne del nostro paese. Sui siti anglosassoni la notizia è stata subito digerita come qualsiasi altra notizia. D’altronde, come scrive il Guardian, non è la prima (ma la quinta) donna a ricoprire ruoli apicali della Silicon Valley e non sarà certo l’ultima.

Il pruriginoso sistema mediatico italiano, quello che 365 giorni all’anno promuove la donna come oggetto sessuale e sottomesso, si è invece buttato a capo fitto sui dettagli voyeuristiche della vicenda.

AGI: “Il bambino nascerà a ottobre” (e sti cazzi)
TGCOM: “Donna e incinta” (come dire: nonostante sia donna e incinta)
Corriere.it: “37 anni e incinta” (tradotto: ed è persino giovane)

Per un po’ tutti a parlare di donne e carriera fino alla prossima selezione delle veline.

Media · Politica

Travaglio e le bugie da macchietta

sfi

Durante l’ultima puntata di Servizio Pubblico, il programma di Michele Santoro, Marco Travaglio ha ricoperto di improperi il sottosegretario Michel Martone, che giorni fa se n’è uscito con la battuta infelice sugli sfigati laureati over 28 anni (qui il video dell’intervento del “giornalista”).

Ora, le opinioni sono le opinioni. Nessun problema. Anche io considero l’uscita di Martone infelice. Il guaio è quando un giornalista piega i fatti alle sue, di opinioni. Spiega Martone:

è falso che “Teramo” sia “la mia Università di provenienza”. Mi sono laureato all’Università La Sapienza di Roma con la media del 29, nel 1997;

 è falso che ho “dichiarato ai giornali” che sono diventato Vice Ministro perché ho “inviato il mio curriculum vitae a Catricalà”;

è falso che il Ministro Fornero “non mi parla e non mi fa toccare palla”. Stiamo collaborando alla delicatissima riforma del mercato del lavoro che Travaglio ridicolizza e i nostri rapporti personali sono improntati al reciproco rispetto e alla massima collaborazione

Eccetera eccetera. Un’altra pagina non bella per il giornalismo targato Marco Travaglio.

 

Media

Gramellini, sciacallo sarà lei

Massimo Gramellini

Oggi, il solitamente ottimo Massimo Gramellini su “La Stampa”, è ritornato sul caso di Francesco Pinna, il 20enne universitario che si pagava gli studi montando palchi ed è morto nel crollo di quello allestito per il concerto di Jovanotti:

Se (Francesco) fosse caduto sotto l’impalcatura di una sagra paesana, la sua morte non avrebbe sfondato la trincea dell’abulia contro cui rimbalza ogni giorno il plotoncino delle notizie. Ma il palco era quello di Jovanotti, cioè di un famoso, e di un famoso che sorride (quindi doppiamente detestabile). Così gli sciacalli sono entrati in azione. 

Siccome di Jovanotti ho scritto anche io, divento – di diritto uno – “sciacallo”. Sciacallo sarà lei, il mio bel vicedirettore con il culo al caldo Gramellini. Uno che, quando pontifica sullo scibile umano con ironia ci azzecca, ma che spesso tende a cadere nel moralismo più bieco e radical chic.

A Jovanotti non gli si contesta il sorriso (sorrida quanto vuole), né noi sciacalli siamo invidiosi di lui (dovrei essere invidioso di uno che ha fatto carriera cantando “sei come la mia moto” o “No Vasco io non ci casco“?) A Jovanotti gli si chiedevano spiegazioni (che non ha dato) sulla paga del ragazzo e sulla presunta mancanza chiarezza.

Per il resto, può ridere e cantare quanto gli pare.

Media

Sansonetti: “Quel titolo era un’idiozia”

Il 18 aprile scorso scrissi un pezzo (non l’unico, a dire il vero) sull’ineffabile direttore di Calabria Ora (e de Gli Altri, credo, o L’altro, boh) che si scusava per il titolo a un bel pezzo dei colleghi Ilario Filippo e Daniela Ursino. Scrissi allora:

Il direttore del giornale, quel cuor di leone che risponde al nome di Piero Sansonetti, si è scusato del titolo e, sostanzialmente, anche di parti dell’articolo. Beh, caro Sansonetti, l’unica cosa di cui ci si debba scusare è che non ci siano altri giornalisti che, sprezzanti del pericolo e leali verso questa professione che considero sacra, scrivano le cose come stanno. 

Il direttore, ora, mi risponde:

caro amico, non mi sono affatto scusato dell’articolo ma del titolo. L’articolo era un bel articolo il titolo era una stronzata. E peraltro lo avevo fatto io. Tu sai che ogni tanto i giornalisti fanno delle stupidaggini? bene, quel titolo era una stupoidagine. Il titolo recitava così: “A platì anche i bambini sono mafiosi”. Non ci vuole un genio per capire che quel titolo era una idiozia di cui scusarsi. Se tu non lo hai capito non ci posso fare niente.
Piero Sansonetti

Caro direttore, non mi permetterei mai di contraddirlo sull’idiozia del titolo che ha partorito. Se lo dice lei, giornalista con decenni di esperienza alle spalle, io ci credo. D’altronde, sono solo un pubblicista. E, per di più, precario. Però, umilmente, mi permetto di dirle che la Calabria non è la Valle d’Aosta. In Calabria tutto si confonde e tutto si mischia. E quelle scuse, seppur giuste, sono sembrate un’implicita presa di distanza dall’articolo. Per di più, dopo i rimbrotti di una cittadina di San Luca. Paese che, non nascondiamoci dietro a un dito, può negare tutto tranne che lì la ‘ndrangheta ci è nata, ci prospera e la farà sempre da padrona.

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Mentana fa la prima donna

E se Augusto Minzolini avesse fatto quello che ha fatto Enrico Mentana? E se Minzolini avesse deciso di non leggere un comunicato sindacale in diretta? Ve lo dico io che cosa sarebbe successo. Twitter sarebbe esploso, Facebook sarebbe stato colmo di riprovazione, Repubblica e il Fatto Quotidiano avrebbero gridato allo scandalo. E invece siamo a discutere della casta dei sindacalisti (ah sì? Perché prima?), della casta dell’Ordine (ah sì? Perché prima?), di quanto è democratico e bravo e intelligente e lungimirante questo Mentana.

Forse ha ragione qualcuno quando dice che quelli di sinistra sono sempre più bravi, in gamba e acculturati del Paese.