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Juventus e ‘ndrangheta, embé?

Agnelli ha incontrato davvero degli ‘ndranghetisti per la gestione della Curva Sud e del bagarinaggio? Se anche fosse vero, non ci sarebbe niente di male. Perché:

1. Agnelli non è un pubblico ufficiale. Non può chiedere la fedina penale a tutti quelli con cui parla. E se anche avesse avuti sospetti su qualcuno, non spettava a lui fare indagini, dare giudizi, comminare sentenze.

2. Tutte le società calcistiche, dalla terza categoria alla serie A, devono vedersela con i gruppi ultras, vere e proprie organizzazioni criminali. E’ di pochi giorni fa la notizia degli arresti fra i “tifosi” dell’Atalanta per droga e rapina. Inchieste hanno toccato anche quelli del Milan, e poi Brescia, Verona, Catania, Napoli con il famigerato Genni ‘a Carogna (proprio quel capo ultrà mezzo mafioso con cui andò a contrattare in un Napoli-Fiorentina finale di Coppa Italia il prefetto Giuseppe Pecoraro, colui che oggi accusa Andrea Agnelli di aver trattato con gli esagitati della Curva). Insomma, ogni società ha il suo bel gruppo di guappi con cui trattare.  Sarebbe (anzi, è) opera dello Stato porre fine a questi piccoli o grandi feudi al di fuori della legislazione che sono le Curve, come fece la signora Tatcher in Inghilterra negli anni Ottanta, non certo ad Andrea Agnelli.

3. Se fosse vero, la ‘ndrangheta replica con la Juventus e con altre società calcistiche quello che fa in Calabria a tutti i livelli e nel Nord Italia nel settore economico: riempire i vuoti dello Stato, in base a un principio elementare della fisica di occupazione degli spazi lasciati liberi. Andrea Agnelli, come tanti imprenditori e tanti politici nel Sud come nel Nord Italia, in Canada come in Australia, avrebbe operato come un buon padre di famiglia: di fronte all’assenza dello Stato si è adoperato perché l’equilibrio non si rompesse. Il resto sono chiacchiere di moralisti bercianti e perdenti.

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‘ndrangheta e politica, forse non ci siamo capiti

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Forse non ci siamo capiti.

La ‘ndrangheta è ormai LA politica, non si infiltra nella politica. A Scalea, in provincia di Cosenza, un sindaco appena eletto non si fa certo problemi di sorta a farsi trovare nella macchina del boss locale, segno che ormai il pudore, che almeno prima impediva certi comportamento border line, ormai ha ceduto il passo all’esibizione di potere (mafioso) che si fa strafottenza dell’etica, della morale e del codice penale.

A Marina di Gioiosa Jonica, invece, quando arrestarono l’allora sindaco “Pichetta”, Rocco Femia, oggi condannato a 10 anni, non furono pochi i mugugni sotto traccia. E’ la solita inchiesta di quel manettaro di Gratteri, dicevano. Quello arresta tutti, tanto poi vengono tutti assolti, sentenziavano. E i sorrisini. E i commenti su Facebook al motto di “vogliono rovinare l’estate a un paese costiero come il nostro”.

La solita reazione disperante della società civile della Locride che, per carità, ammettiamolo, può trovare nella ‘ndrangheta quel sostentamento che lo Stato non può e vuole dargli.

Eppure era tutto chiaro, come il sole di agosto. A Marina di Gioiosa Jonica non era in ballo la contesa fra due opposte fazioni politiche, fra due visioni di società diverse in un’elezione, tirata, che si rinnova e rinnova i suoi riti. No. Quell’elezione fu una lotta, con altri mezzi, fra due cosche, Aquino e Mazzafferro, che rappresentano l’élite della ndrangheta nel mondo. Due consorterie mafiose da primi posti nella Champions League criminale mondiale.

Nell’ora delle condanne di quella “classe” dirigente, il mio pensiero va a Marina di Gioiosa Jonica. Una bella cittadina, che non meritava e non merita certi ameni spettacoli.

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Caro Agostino, hai ragione. Il problema della Calabria è proprio la società civile

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Pubblico questo bellissimo commento al mio post sulle dimissioni del sindaco di Monasterace Maria Carmela Lanzetta.

Non conosco Maria Laura, ma la ringrazio delle belle parole.

***

Caro Agostino, non lo dico spesso, ma in questo caso lo farò: sottoscrivo ogni parola che hai scritto. La società calabrese non vuole, c’è poco da ricamarci sopra. Ignavia? Forse è proprio ipocrisia, ora che ci penso. L’ipocrisia di chi si nasconde dietro alti principi morali per poi non sostenere le cose belle, quando raramente fanno capolino. Ignavia e ipocrisia della società civile calabrese. Combo mortale. Questo è quello che penso. Il problema va ricercato proprio lì, nella società civile, assolutamente vero. Vero è anche che la Calabria è terra di immigrati, non si contano più le generazioni di chi ha deciso di andare via. E non è solo una questione di lavoro, non scherziamo, per piacere! Molti se ne vanno – come me – perché non sopportano di vivere in un posto dove non c’è una matura società civile, per l’appunto. Grazie per le tue riflessioni, sempre delicate e incisive. Mai volgari. :)

Un abbraccio,

Maria Laura – Monasterace

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Lanzetta, alcune amare riflessioni

Le dimissioni del sindaco di Monasterace Maria Carmela Lanzetta, a cui balordi ndranghetisti bruciarono la farmacia e contro la cui macchina spararono, sono tristi.

Il giornalista Antonio Talia, mi vorrà scusare se lo cito, su twitter ha utilizzato la parola “ignavia”.

Ha ragione, Antonio.

Le dimissioni della Lanzetta e la sconfitta dell’ex sindaco di Isola Capo Rizzuto, Carolina Girasole, rappresentano le dimissioni, nel primo caso, e la sconfitta, nel secondo, della società civile. Perché ne ho fin sopra i capelli – anzi, mi sono proprio rotto le palle – di sentire espressioni come “lo Stato qui non c’è”. A non esserci è la società civile calabrese, il terzo stato, il popolo. E, di conseguenza, non c’è la classe politica calabrese che di quella società è lo specchio.

Aldilà del “no” che ha accompagnato la richiesta della Lanzetta di dichiarare il Comune parte civile in alcune vicende giudiziarie, decisione su cui lascio interrogarsi chi l’ha presa – avrà certo i suoi buon motivi -, a impaurirmi, a ferirmi è l’ignavia di noi calabresi. Ignavia. Andate a cercarlo su un buon dizionario italiano, ‘sto termine. E stampatelo, scolpitelo, disegnatelo, ficcatevelo in testa. Perché è questo che siamo. Ignavi. A partire da me. L’ignavia di chi “era giusto lo facesse ma non ora”, di chi “non doveva forzare la mano”, di chi “non era questo il momento”, di chi “ma sì, a noi che ce ne viene”.

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L’Italia lassù

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Ho letto e apprezzato “L’Italia quaggiù” perché non pretende di iconizzare eroi. Non pretende di innestare in Calabria ricette altrui. Non pretende di raccontarci come noi calabresi dovremmo comportarci e che cosa fare. Il libro, scritto dal giornalista del Corriere della Sera Goffredo Buccini, si limita (e ti pare poco) a dimostrare ai calabresi che sta in loro il germe della ribellione alla ‘ndrangheta, in loro il respiro della resistenza, in loro il vento del cambiamento.

Non è un’eroina Carolina Girasole, il sindaco di Isola Capo Rizzuto. Non è un’eroina Elisabetta Tripodi, il sindaco di Rosarno. Non è un’eroina Maria Carmela Lanzetta, il sindaco del mio paese, Monasterace. Nessuna di loro è un’eroina perché, parafrasando Bertold Brecht, dannata sia la regione che ha bisogno di eroi. Nessuna di loro è un’eroina perché, viste da vicino, ognuna ha i suoi difetti. Ma tutte sono delle indefesse professioniste. E in Calabria, questo, è molto rivoluzionario.

Ai miei (ex) concittadini di Monasterace, che in questi giorni stanno boicottando il libro ma, siccome la bramosia di sapere è più forte dei boicottaggi, se lo passano di mano, mi dicono, di fotocopia in fotocopia, vorrei dire di leggere bene ogni parola, ogni rigo, ogni capitolo.

Ai miei (ex) colleghi della Riviera vorrei dire, semplicemente, di vergognarsi per la perfidia verso queste sindache che il giornalista riporta con indignazione.

 

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L’Iraq prende esempio dalla ‘ndrangheta

Lo prendono a esempio, il porto? Bene.

“(Il magistrato di Reggio Calabria) Prestipino ha ricordato la provocazione della presidente di Contship Italia, Cecilia Battistello, che, in un’intervista ad un quotidiano nazionale, disse che paradossalmente per migliorare la produttività del porto sarebbe stata disponibile a fare un patto con la ‘ndrangheta. ”Ovviamente – ha detto Prestipino – quella era una provocazione, ma ci sono stati molti imprenditori che hanno scelto strategicamente di fare un patto con la ‘ndrangheta” (articolo della Gazzetta del Sud, 15 settembre 2012)

“Tra gennaio 2009 e marzo 2011 abbiamo fatto sette sequestri di cocaina individuando quasi 2.000 chilogrammi. Da marzo 2011 ad oggi abbiamo effettuato 32 sequestri, quasi uno al mese, rinvenendo 2.900 chilogrammi” (il magistrato Michele Prestipino, stesso articolo)

“Stavano trasformando Gioia Tauro nella porta per l’Europa di tutte le merci contraffatte d’oriente. Ai cinesi garantivano prezzi competitivi e controlli praticamente nulli. Alle ‘ndrine andavano guadagni favolosi. Quando arrivavano le navi sapevano come ungere i meccanismi della dogana. Come far chiudere un occhio, o anche tutti e due, a funzionari “amici”. I boss della ‘ndrangheta avevano messo le mano sui moli di uno dei più grandi porti del Mediterraneo”. (articolo de la Repubblica, 22 dicembre 2009)

In effetti l’Iraq ha molto da imparare, ancora.

Bene, chiedano ai Piromalli, la famiglia che controlla il porto e che “parla” con Dell’Utri. E che in questa intercettazione dice: “Il Porto di Gioia Tauro lo abbiamo fatto noi”

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Polsi è un posto di ‘ndrangheta, caro vescovo

Il 2 settembre scorso si è festeggiata la cosiddetta Madonna della Montagna, nel santuario di Polsi, a San Luca, provincia di Reggio Calabria. E’ il centro di tutta la ‘ndrangheta, il cuore pulsante dell’organizzazione, l’arteria principale dal quale passa il sangue di tutte le famiglie dell’associazione presenti nel mondo.

La Chiesa, dopo la parentesi del vescovo Bregantini, è tornata a girarsi dall’altra parte.

E nell’omelia davanti alla madonna, il vescovo attuale, Giuseppe Fiorini Morosini, ha detto il primo settembre:

Polsi non è un luogo di ‘ndrangheta

Questa foto, caro vescovo dei miei stivali, allegata alla sentenza Crimine che condanna il gotha della ndrangheta reggina, spiega che Polsi è invece un luogo di ‘ndrangheta, e bisogna farsene una ragione.

E’ il cosiddetto momento di raccoglimento prima della nomina di Domenico Oppedisano, ora in carcere, come capor crimine, cioè una sorta di presidente della repubblica di tutta la ‘ndrangheta.