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I miei mondiali / Italia 90 – Ultima parte

A 9 anni imparai a odiare. Prima di allora, d’altronde e per fortuna, non che ce ne fosse stato bisogno. Un bambino difficilmente arrivare a odiare. L’odio è il sentimento che si prova di fronte a eventi incontrollabili e ineluttabili. Odi il lavoro perché non fa per te ma d’altronde devi portare il pane a casa e non puoi farci niente. Odi la tua ex perché ti ha fatto le corna e non puoi farci niente. Odi tua moglie perché è tua moglie e non puoi farci niente. A meno di divorziare, ma che sbattimento. Quindi è come non poterci fare niente comunque.

Zenga_Caniggia_Ferri_-_Italia_Argentina_1990

A 9 anni, un bambino usa la fantasia. Non vorresti alzarti il mattino, ma fantastichi che un giorno sarai un nababbo ricco e che potrai svegliarti quando vuoi. Non vorresti studiare e non ti piace la maestra, ma fantastichi che un giorno verranno a consegnarti a casa la lauree ad honorem bussandoti alla porta e chiedendoti scusa per i giorni che ti hanno fatto perdere. Poi, a forza di “stai con i piedi per terra” e “hai la testa sempre fra le nuvole, sveglia!”, disimpari a sognare e chiudi questa valvola di sfogo. A 9 anni vedi l’odio come il sentimento da adulto per eccellenza. La bomba atomica che gli adulti sganciano quando sono impotenti, colmi di rabbia, incompiuti, depressi e violenti. D’altronde, cosa sono le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki se non le espressioni estreme di odio di uomini adulti contro altri uomini adulti?

Argentinian forward Claudio Caniggia (C)

A 9 anni odiai Zenga. Vincevamo 1-0 contro l’Argentina in semifinale. Doveva starsene buono buono fra i pali aspettando il 90esimo. E invece cosa mi fa? Esce a valanga su Caniggia (Caniggia!) provocando il pareggio e facendoci andare ai supplementari. Quando poi Maradona insacca l’ultimo rigore mandandoci a casa, mi ricordi che guardai mio padre. Con malcelata inquietudine, immagino di aver avuto quel tipico di sguardo da bambino che si aspetta che il padre gli dica “Ehi, ci penso io”. Odiai mio padre. Come poteva non fare niente? E come poteva accettare di non poter far niente con tranquillità senza impazzire dal dolore? Mi lasciai cadere sul letto a peso morto e, senza accorgermene, piansi. A quel punto, mi sfogai come un bimbo di 9 anni che, seconda lezione, capisce che esiste la sconfitta.

1990 World Cup Third Place Play Off. Bari, Italy. 7th July, 1990. Italy 2 v England 1. England's Trevor Steven moves away from Italy's Carlo Ancelotti with the ball.

Al diavolo. Odiai Zenga e i suoi compagni. Odiai il mio esercito di pappamolla, perdenti e rammolliti. Guardai con la coda dell’occhio Italia-Inghilterra e accolsi con freddezza il nostro terzo, grigio, scadente terzo posto. Decisi che la mia carriera da tifosi sarebbe finita lì. Troppa fatica. Ma ricordo quel tabellone dello stadio inquadrato dalle telecamere con su scritto “Arrivederci Italia ’90. Welcome Usa ’94”. Ehi, mi dissi, vuol dire che la giostra riparte. E magari, boh, vinciamo. La fiammella era accesa. E non si sarebbe spenta sotto la pioggia delle disillusioni e delle sconfitte.

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Italia ’90 insegnò molto a quel bimbo di 9 anni. Che c’era una vita da vivere e tante battaglie da combattere. Ma soprattutto gli fece conoscere il giocattolo più bello del mondo. Il calcio.

Che 4 anni dopo, negli Stati Uniti, mi ritrovò alle porte dell’adolescenza.

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La crisi ci fa bene

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Più leggo dei dati presunti catastrofici che la crisi avrebbe prodotto sulle abitudini degli italiani, più mi rendo conto che la crisi non ci fa male, tutt’altro. Hai voglia a leggere su Il Sole 24 Ore che l’espressione “decrescita felice” – basta leggere il giornale confindustrino (altro che confindustriale) di oggi – è una stupida utopia. Perché, cari italiani, la realtà è che questa crisi ci sta cambiando profondamente.

Lasciamo stare che siamo meno razzisti – ne è un esempio il logorio della Lega Nord e la calma razionale degli italiani durante il caso Kabobo -, finalmente stiamo iniziando anche a calibrare meglio le nostre priorità. Elenco alcuni dati presi sempre dal Sole 24 Ore di oggi e da altri fonti.

  1. Compriamo sempre più agli hard discount. Che non significa che mangiamo peggio, solo che stiamo imparando che non è necessario spendere tanto per mangiare bene. Dal discount gli stessi prodotti si pagano meno perché i marchi risparmiano sul cosiddetto “packaging”, cioè sostanzialmente sulla confezione. Gran parte del prezzo che paghiamo nei supermarket “normali” è dovuto alle campagne di marketing e pubblicità, non certo dalla qualità.
  2. mangiamo meno carne, meno di una volta ogni due giorni. Bene. L’aumento del consumo di carne ha fatto dell’Occidente un ricettacolo di zombie infartuati. 
  3. compriamo meno auto. Anche meno bici. Bene, oltre che zombie infartuati stiamo diventando sempre più grassi. Un bel po’ di movimento fisico e l’utilizzo dei mezzi pubblici costringono le amministrazione pubbliche locali a investire sul trasporto pubblico e le città a non strozzarsi col traffico.
  4. leggiamo meno giornali. Beh, risparmiare l’euro e venti per leggere 40 pagine di fuffa che lascia spazio a seni decadenti che lascia spazio a pettegolezzi non è solo un dovere economico ma anche morale
  5. stiamo più a casa e passiamo più tempo sui siti porno, come dimostrano i risultati stratosferici dei siti hard. Questa si commenta da sé.

 

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Tristezza

Le manifestazioni di piazza italiane mi mettono tristezza. Hanno in sé il germe del finito, dell’indeterminatezza, della sterilità e, anche, del patetico. Dietro non c’è niente. Non c’è progettualità. Non c’è un’idea di società o di politica. Persino la violenza è estemporanea e fine a se stessa (non tutte le violenze, lo sono).

In Francia la società civile è stata apparentemente silente ma ha spazzato via, in soli 5 anni, quello che sembrava poter diventare un sistema, cioè il potere di destra di Nicolas Sarkozy. Novello Berlusconi, si è accomodato fuori dai palazzi del potere ed è sparito.

In Grecia si è scelta la violenza. Scelta legittima quando una società viene mutilata, tormentata, violentata dalle ruberie dei politici da una parte e dai tagli imposti da agenti esterni come il Fondo Monetario dall’altra. E, al momento del voto, quella stessa società civile ha mandato quasi al potere Tsipras. È, per intenderci, come se in Italia mandassimo a pochi voti dal governo Nichi Vendola.

In Spagna è vero che ha stravinto la destra liberista di Mariano Rajoy, ma il suo potere nasce zoppo per l’altissima percentuale di astenuti e una società civile, ancora una volta, in perenne rivolta.

Persino negli Stati Uniti, la piazza ha mandato via a calci nel sedere George W. Bush svoltando a novanta gradi con Barack Obama.

In Italia le proteste nascono in autunno e muoiono in primavera, lasciando dietro di sé rimpianti e nient’altro. Manca una sponda in politica. Manca una rappresentatività extraparlamentare, come possono essere gli Indignados spagnoli o Occupy in Usa. Una società, quella italiana, amorfa, anestetizzata e in balia di se stessa.

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Come funziona la giustizia sportiva

Mettiamo che c’è un calciatore, per esempio uno alla Filippo Carobbio. Un giocatore di calcio di quelli che passano e manco te ne accorgi, una comparsa. Lo beccano con le mani nella marmellata, a scommettere e a tentare di combinare le partite. La giustizia ordinaria lo manda in gattabuia e quello sta zitto. Poi, a un certo punto, decide di pentirsi e parla.

E dice che c’è un suo ex allenatore, mettiamo Antonio Conte, che si è messo d’accordo con gli avversari in due occasioni per falsare il risultato. In un paese normale e con una giustizia sportiva normale il procuratore si sarebbe mosso, legittimamente, per raccogliere prove d’accusa e poi, in dibattimento, il giudice si sarebbe fatto un’idea dopo aver sentito anche le prove a discapito portate da una difesa che intanto avrebbe avuto tutto il tempo per raccogliere testimonianze e prove. Che, in questo caso, per esempio, sarebbero costituite dai compagni di Carobbio che negano il coinvolgimento di Conte, come anche gli avversari di allora.

No, nella giustizia sportiva funziona che il procuratore, tipo uno alla Stefano Palazzi, crede al pentito, anche se il pentito non è credibile, come dimostra il fatto che 1) abbia parlato dopo tanto tempo e 2) che lo stesso procuratore non crede che Conte si sia accordato per falsificare la partita ma che lo abbia solo saputo e non abbia denunciato nulla. Anche se non c’è una sola intercettazione e una sola prova di, che ne so, passaggio di danaro o altro su conti correnti riconducibili a Conte.

Non importa nemmeno che nessun altro, al di fuori di Conte, sia stato deferito per omessa denuncia. Il procuratore a sto punto minaccia Conte: o ti pieghi all’accusa e patteggi o ti faccio condannare, ché tanto non puoi portare testimonianze a tuo favore in dibattimento. Stalin, in confronto, era uno spiccato giurista.

Ps. Qualcuno mi spieghi perché, come mi segnala Simona su Facebook, tutta la difesa del Bari è indagata mentre l’odierno interista Ranocchia no? E che è, un carmelitano, lui?

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Che democratici

Manco hanno vinto, i ribelli siriano, che già si comportano da perfetti fascisti.

 

D’altronde, che le cose possano andare peggio rispetto a quanto la fanatica informazione italiana stia ora raccontando lo scrive Robert fisk, decano del giornalismo d’investigazione esperto in fatti mediorientali, che si preoccupa per un dopo guerra che potrebbe somigliare alle barbarie della guerra nella ex Yugoslavia, una pulizia etnica tra alawiti, la minoranza al potere ora con Assad, e gli sciiti, la maggioranza in ribellione.

D’altronde, se vogliamo boicottare gli “amici” di Assad, dovremmo boicottarne molti…

Assad e Napolitano
Assad e Berlusconi

 

Assad e Sarkozy