Società

I miei mondiali / Italia 90 – Parte seconda

schillaci

Quando Italia ’90 mi piombò fra capo e collo, di calcio non sapevo assolutamente nulla. Niente del funzionamento dei mondiali. Niente dei gironi dei mondiali. Niente delle squadre dei mondiali. Niente della squadra italiana dei mondiali. Ma la partita d’esordio Argentina-Camerun a San Siro mi sembrò fantastica (seppure, dovetti prender atto anni dopo, fu uno 0-1 molto scialbo come tutto quel torneo lì), così come la canzone di Nannini-Bennato “Notti magiche” fu la perfetta colonna sonora di quell’innamoramento repentino, ma sapevo già duraturo, del gioco del calcio.

notti

Imparai che fuori dalla mia stanza c’erano Paesi ben strani. Gli Emirati Arabi Uniti. L’Uruguay. L’EIRE. Imparai che nella tele non esisteva solo il canale sei e Bim Bum Ban e il pupazzo Uan. E soprattutto imparai che appartenevo a una comunità più grande della mia famiglia (ché a 9 anni non consideri comunque una comunità la tua famiglia, se non una combriccola di pazzi finiti per caso a vivere nello stesso posto, maledettamente angusto, per ragioni insondabili). Il mio esercito di anonimi e ignoti assunse finalmente volti e lineamenti precisi (oltre il mio, ovviamente). I cavalieri Baggio, Schillaci, Vialli e Mancini. Gli scudieri Giannini, Carnevale, Berti. I fanti Zenga, Baresi, Ferri, De Agostini. Persone fino al giorno prima perfettamente estranee entrarono nell’intimità della mia cameretta e furono arruolati, a loro insaputa, credo, nella mia battaglia contro il resto del mondo.

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Decisi, anche, che in quanto imperatore non dovevo per forza guidare il mio esercito. Non è che l’imperatore romano deve scendere in battaglia. In prima fila, poi, figurarsi. Troppo rischioso. Soprattutto se hai un condottiero di cui ti fidi. E nominai, sempre a sua insaputa, credo, Azeglio Vicini mio comandante in capo. Sì, era lui quello che stavo cercando. Con la faccia rassicurante, sornione, di chi ti dice “Ehi,  ci penso io. Tu rilassati e divertiti a far ammazzare un po’ di gente al Colosseo” (penso che queste, più o meno, fossero le discussioni fra generali e imperatore ai tempi dell’antica Roma. Magari senza “ehi” come intercalare, ma siamo lì).

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Non ricordo nemmeno una delle partite dell’Italia che precedettero la semifinale. Forse per quello strano meccanismo che ti fa dimenticare ciò che è scontato e di successo e ricordare per anni ciò che è drammaticamente triste e fallimentare. E il dramma si stava addensando all’orizzonte come nuvole cariche di pioggia in un afoso pomeriggio quando l’Argentina vinse sul Brasile ai quarti di finale. Avremmo giocato contro la squadra di Maradona (non che all’epoca quel nome mi dicesse alcunché. Anzi, non mi diceva proprio niente, quel nome). Ma un bambino di 9 anni sente in quella parte di corpo fra lo stomaco e l’inguine quando la tempesta sta per arrivare.

Italia-Argentina è la prima partita che, a distanza di 24 anni, ricordo ancora. Perfettamente. E pensare che tutto iniziò bene.

2 – continua. 

Società

I miei mondiali / ITALIA ’90 – Parte Prima

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Attorno ai 9 anni andare a letto era per me come prenotare un posto in prima fila al cinema. D’altra parte la disciplina paterna – mai troppo ferrea, per la verità – prevedeva che alle 9.30 bisognasse piazzarsi sotto le coperte e non è che ci fossero molte forme di distrazione. Non uno smartphone né un tablet da nascondere sotto il cuscino aspettando il momento adatto. Quindi, non mi restava che, spenta la luce, accedere i riflettori della fantasia. Che era bellica, per la verità. Altro che innocenza da bambini. I miei film prevedono battaglie campali, scontri fra eserciti maestosi, sgozzamenti, assedi, assalti. Ero anche molto vintage, però. Niente aggeggi moderni tipo tornado, fucili d’assalto, artiglieria pesante e leggera. No. C’erano alabarde, lance, scudi, spade, fanti e cavalieri.

italia90

Chi combattevo? Beh, questo era già più fumoso. Diciamo che era un generico e, lo ammetto, un poco modesto me contro il mondo. Solo dopo, imbattendomi in qualche libro di storia lasciato per casa o di scuola, non ricordo, io divenni, a mia insindacabile giudizio, imperatore romano contro i barbari. (Per la verità, mi dissi un paio di volte che avrei dovuto spiegare a me stesso come avessi potuto scalare così rapidamente i vertici dell’Impero ma, dopo tentativi fumosi, ritenni che la trama era noiosa, priva di azione e decisi che sarebbe stato Spielberg, un giorno, a pensarci).

Era il MIO esercito, la MIA battaglia e non combatteva per nessuno, se non per me. Non avevo, in quei sogni, come nella vita reale nessun senso di appartenenza alla comunità. Nemmeno sapevo che cosa significasse “comunità”. Certo, avevo la mia famiglia, ma non è che uno, a 9 anni, si sente appartenere alla famiglia. Sei IN famiglia, sei DELLA famiglia, è naturale (almeno, allora pensavo che fosse naturale, andate a spiegarmi che ci fossero bambini più sfortunati e bla bla bla), ma non è che questo ti faccia urlare dall’orgoglio. Insomma, capite cosa voglio dire.

Macchinina_di_Italia_90

Ero così chiuso nel mio mondo, così egocentrico, così concentrato su me stesso che non mi sentivo appartenere alla mia classe, né ai miei amici (ne avevo, ma vederli e starci lo consideravo al pari di un obbligo perché ritenevo doveroso che un bimbo di 9 anni ne avesse, ma, ancora una volta, non è che fossi entusiasta nel vederli o prostrato quando me ne dovevo separare) né al mio paesello.

Poi fece irruzione nella mia vita il calcio. Non ricordo niente di prima di allora. E non ricordo se avessi iniziato a manifestare interesse verso questo sport o qualcosa del genere. So solo che avvenne all’improvviso e fu come un colpo di fulmine. Come quando incroci uno sguardo femminile e ti innamori, senza saper da dove arrivi la ragazza, dove vada, cos’abbia fatto fino ad allora eccetera. Ed è grazie al calcio che mi accorsi che lì fuori c’era un mondo

1. Continua.

'ndrangheta

‘ndrangheta e politica, forse non ci siamo capiti

rocco-femia

Forse non ci siamo capiti.

La ‘ndrangheta è ormai LA politica, non si infiltra nella politica. A Scalea, in provincia di Cosenza, un sindaco appena eletto non si fa certo problemi di sorta a farsi trovare nella macchina del boss locale, segno che ormai il pudore, che almeno prima impediva certi comportamento border line, ormai ha ceduto il passo all’esibizione di potere (mafioso) che si fa strafottenza dell’etica, della morale e del codice penale.

A Marina di Gioiosa Jonica, invece, quando arrestarono l’allora sindaco “Pichetta”, Rocco Femia, oggi condannato a 10 anni, non furono pochi i mugugni sotto traccia. E’ la solita inchiesta di quel manettaro di Gratteri, dicevano. Quello arresta tutti, tanto poi vengono tutti assolti, sentenziavano. E i sorrisini. E i commenti su Facebook al motto di “vogliono rovinare l’estate a un paese costiero come il nostro”.

La solita reazione disperante della società civile della Locride che, per carità, ammettiamolo, può trovare nella ‘ndrangheta quel sostentamento che lo Stato non può e vuole dargli.

Eppure era tutto chiaro, come il sole di agosto. A Marina di Gioiosa Jonica non era in ballo la contesa fra due opposte fazioni politiche, fra due visioni di società diverse in un’elezione, tirata, che si rinnova e rinnova i suoi riti. No. Quell’elezione fu una lotta, con altri mezzi, fra due cosche, Aquino e Mazzafferro, che rappresentano l’élite della ndrangheta nel mondo. Due consorterie mafiose da primi posti nella Champions League criminale mondiale.

Nell’ora delle condanne di quella “classe” dirigente, il mio pensiero va a Marina di Gioiosa Jonica. Una bella cittadina, che non meritava e non merita certi ameni spettacoli.

'ndrangheta

Caro Agostino, hai ragione. Il problema della Calabria è proprio la società civile

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Pubblico questo bellissimo commento al mio post sulle dimissioni del sindaco di Monasterace Maria Carmela Lanzetta.

Non conosco Maria Laura, ma la ringrazio delle belle parole.

***

Caro Agostino, non lo dico spesso, ma in questo caso lo farò: sottoscrivo ogni parola che hai scritto. La società calabrese non vuole, c’è poco da ricamarci sopra. Ignavia? Forse è proprio ipocrisia, ora che ci penso. L’ipocrisia di chi si nasconde dietro alti principi morali per poi non sostenere le cose belle, quando raramente fanno capolino. Ignavia e ipocrisia della società civile calabrese. Combo mortale. Questo è quello che penso. Il problema va ricercato proprio lì, nella società civile, assolutamente vero. Vero è anche che la Calabria è terra di immigrati, non si contano più le generazioni di chi ha deciso di andare via. E non è solo una questione di lavoro, non scherziamo, per piacere! Molti se ne vanno – come me – perché non sopportano di vivere in un posto dove non c’è una matura società civile, per l’appunto. Grazie per le tue riflessioni, sempre delicate e incisive. Mai volgari. :)

Un abbraccio,

Maria Laura – Monasterace

Politica

Polizia à la carte

SOLO-SU-ORDINAZIONE

Una domanda viene lecita, leggendo e inorridendo per il caso della Shalabayeva, la moglie dell’oppositore kazako rispedita nelle fauci del lupo. Ma la polizia di questo strano paese, è il quesito, è una forza dell’ordine o un manipolo di grette guardie private agli ordini di questo o quel partito, di questo o quel figuro politico?

Ricordate il G8 di Genova e le polemiche che seguirono alla ormai accertata visita di Gianfranco Fini nelle caserme prima e durante la mattanza terroristica a cui fu sottoposta quello splendido movimento no-global?

Ora ci risiamo. La polizia che si piega ai voleri di un ex primo ministro, Silvio Berlusconi, e del suo scagnozzo, Angelino Alfano, ed espelle una donna e una figlioletto dopo aver picchiato il cognato (oh sì, ci potete scommettere che lo abbiano picchiato).

Dice giustamente Matteo Renzi: “In questo paese paga sempre la polizia, mai la politica che la guida”.

Reste la domanda. La polizia lavora per i cittadini o per i potenti?

Politica

Il governo dei pescivendoli

pesce

Premesso, ho grande rispetto per i pescivendoli. Li ritengo una categoria meritoria e indispensabile per avere un bel pesce fresco sulla tavola. Ma è una categoria che vende pesce, appunto. Non le si chiede certo di governare.

Ecco, a Letta, Alfano, Bonino si chiede di governare. In qualche modo. Il guaio non è solo che non stanno governando. Ma stanno, con caparbietà, quasi con lucida lungimiranza, governando male. Quel poco su cui questo sciagurato governo sta mettendo la testa (e i piedi) lo sta sbagliando.

Sul lavoro, sul rilancio dell’economia, sui giovani, sulla burocrazia, sull’aiuto alle piccole e medie imprese, sulla leva fiscale, sulla sburocatizzazione delle banche il governo non ha deciso ancora nulla. Nada. Nisba. Zero che zero.

A volte, però, viene il sospetto che cotanti statisti è meglio che non facciano nulla, perché quando agiscono ne combinano una più del diavolo. Come nel caso di Alma Shalabayeva, la moglie dell’oppositore kazako al regime di Nazarbayev. Arrestata, insultata, chiamata puttana e rispedita, dopo due giorni di “rapimento” della figlioletta, a casa con un bigliettino sulla valigia: “Da Berlusconi per il suo amico Nazarbayev. Con tanto amore“. Alfano non sapeva ovvio. Chi ha sbagliato pagherà, come dice Letta. Ovvio. Peccato che pagherà il solito burocrate oscuro.

Emma Bonino, invece, proprio quella che denunciava a ogni piè sospinto dittatura a destra e a manca dice che lei, del caso Shalabayeva sapeva poco. E quel che sapevo lo ha detto ad Alfano.

O come nel caso degli insulti di Calderoli. Per tutta la domenica, Letta non prende posizione. Poi, oggi, se ne esce (buonanotte) con una battuta contro Maroni, intanto però non tira le orecchie a gente dentro la sua maggioranza, come Maurizio Gasparri (no, dico Maurizio Gasparri) che dice che con lo ius soli l’Italia diventerebbe la sala parto dei clandestini.

Un consiglio a Letta, Alfano, Bonino. Andate a vendere il pesce.

Politica

Ma stiamo scherzando?

PD-SFASCIO

Il Parlamento, ricattato da quattro balordi del Pdl, si ferma per un giorno. La riunione di maggioranza che doveva affrontare (alleluja) le questioni economiche che riguardano tutti gli italiani, visto che la ripresa non si vede come in tutto il resto del mondo, è stata rinviata. Fabrizio Cicchitto, sì proprio lui, parla di situazione “drammatica”. Non quella di tanti giovani con contratto a tempo determinato, non quella della fabbrica Fiat di Mirafiori ormai un cumulo di macerie industriali. No. Quella di Berlusconi. Il cui processo Mediaset finirà, forse, il 30 luglio prossimo con la decisione della Cassazione dopo 12 anni. Dodici. Altro che fretta.

E il Pd? Questo partito, la cui essenza ormai è simile a quella di un lungo stronzo che cade nel cesso, va al traino del Pdl e ingoia anche il rospone del rinvio.

A Matteo Renzi dico. Piglia i bagagli e vattene da questo partito. Andiamocene.