Società

I miei mondiali / ITALIA ’90 – Parte Prima

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Attorno ai 9 anni andare a letto era per me come prenotare un posto in prima fila al cinema. D’altra parte la disciplina paterna – mai troppo ferrea, per la verità – prevedeva che alle 9.30 bisognasse piazzarsi sotto le coperte e non è che ci fossero molte forme di distrazione. Non uno smartphone né un tablet da nascondere sotto il cuscino aspettando il momento adatto. Quindi, non mi restava che, spenta la luce, accedere i riflettori della fantasia. Che era bellica, per la verità. Altro che innocenza da bambini. I miei film prevedono battaglie campali, scontri fra eserciti maestosi, sgozzamenti, assedi, assalti. Ero anche molto vintage, però. Niente aggeggi moderni tipo tornado, fucili d’assalto, artiglieria pesante e leggera. No. C’erano alabarde, lance, scudi, spade, fanti e cavalieri.

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Chi combattevo? Beh, questo era già più fumoso. Diciamo che era un generico e, lo ammetto, un poco modesto me contro il mondo. Solo dopo, imbattendomi in qualche libro di storia lasciato per casa o di scuola, non ricordo, io divenni, a mia insindacabile giudizio, imperatore romano contro i barbari. (Per la verità, mi dissi un paio di volte che avrei dovuto spiegare a me stesso come avessi potuto scalare così rapidamente i vertici dell’Impero ma, dopo tentativi fumosi, ritenni che la trama era noiosa, priva di azione e decisi che sarebbe stato Spielberg, un giorno, a pensarci).

Era il MIO esercito, la MIA battaglia e non combatteva per nessuno, se non per me. Non avevo, in quei sogni, come nella vita reale nessun senso di appartenenza alla comunità. Nemmeno sapevo che cosa significasse “comunità”. Certo, avevo la mia famiglia, ma non è che uno, a 9 anni, si sente appartenere alla famiglia. Sei IN famiglia, sei DELLA famiglia, è naturale (almeno, allora pensavo che fosse naturale, andate a spiegarmi che ci fossero bambini più sfortunati e bla bla bla), ma non è che questo ti faccia urlare dall’orgoglio. Insomma, capite cosa voglio dire.

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Ero così chiuso nel mio mondo, così egocentrico, così concentrato su me stesso che non mi sentivo appartenere alla mia classe, né ai miei amici (ne avevo, ma vederli e starci lo consideravo al pari di un obbligo perché ritenevo doveroso che un bimbo di 9 anni ne avesse, ma, ancora una volta, non è che fossi entusiasta nel vederli o prostrato quando me ne dovevo separare) né al mio paesello.

Poi fece irruzione nella mia vita il calcio. Non ricordo niente di prima di allora. E non ricordo se avessi iniziato a manifestare interesse verso questo sport o qualcosa del genere. So solo che avvenne all’improvviso e fu come un colpo di fulmine. Come quando incroci uno sguardo femminile e ti innamori, senza saper da dove arrivi la ragazza, dove vada, cos’abbia fatto fino ad allora eccetera. Ed è grazie al calcio che mi accorsi che lì fuori c’era un mondo

1. Continua.

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‘ndrangheta e politica, forse non ci siamo capiti

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Forse non ci siamo capiti.

La ‘ndrangheta è ormai LA politica, non si infiltra nella politica. A Scalea, in provincia di Cosenza, un sindaco appena eletto non si fa certo problemi di sorta a farsi trovare nella macchina del boss locale, segno che ormai il pudore, che almeno prima impediva certi comportamento border line, ormai ha ceduto il passo all’esibizione di potere (mafioso) che si fa strafottenza dell’etica, della morale e del codice penale.

A Marina di Gioiosa Jonica, invece, quando arrestarono l’allora sindaco “Pichetta”, Rocco Femia, oggi condannato a 10 anni, non furono pochi i mugugni sotto traccia. E’ la solita inchiesta di quel manettaro di Gratteri, dicevano. Quello arresta tutti, tanto poi vengono tutti assolti, sentenziavano. E i sorrisini. E i commenti su Facebook al motto di “vogliono rovinare l’estate a un paese costiero come il nostro”.

La solita reazione disperante della società civile della Locride che, per carità, ammettiamolo, può trovare nella ‘ndrangheta quel sostentamento che lo Stato non può e vuole dargli.

Eppure era tutto chiaro, come il sole di agosto. A Marina di Gioiosa Jonica non era in ballo la contesa fra due opposte fazioni politiche, fra due visioni di società diverse in un’elezione, tirata, che si rinnova e rinnova i suoi riti. No. Quell’elezione fu una lotta, con altri mezzi, fra due cosche, Aquino e Mazzafferro, che rappresentano l’élite della ndrangheta nel mondo. Due consorterie mafiose da primi posti nella Champions League criminale mondiale.

Nell’ora delle condanne di quella “classe” dirigente, il mio pensiero va a Marina di Gioiosa Jonica. Una bella cittadina, che non meritava e non merita certi ameni spettacoli.

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Caro Agostino, hai ragione. Il problema della Calabria è proprio la società civile

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Pubblico questo bellissimo commento al mio post sulle dimissioni del sindaco di Monasterace Maria Carmela Lanzetta.

Non conosco Maria Laura, ma la ringrazio delle belle parole.

***

Caro Agostino, non lo dico spesso, ma in questo caso lo farò: sottoscrivo ogni parola che hai scritto. La società calabrese non vuole, c’è poco da ricamarci sopra. Ignavia? Forse è proprio ipocrisia, ora che ci penso. L’ipocrisia di chi si nasconde dietro alti principi morali per poi non sostenere le cose belle, quando raramente fanno capolino. Ignavia e ipocrisia della società civile calabrese. Combo mortale. Questo è quello che penso. Il problema va ricercato proprio lì, nella società civile, assolutamente vero. Vero è anche che la Calabria è terra di immigrati, non si contano più le generazioni di chi ha deciso di andare via. E non è solo una questione di lavoro, non scherziamo, per piacere! Molti se ne vanno – come me – perché non sopportano di vivere in un posto dove non c’è una matura società civile, per l’appunto. Grazie per le tue riflessioni, sempre delicate e incisive. Mai volgari. :)

Un abbraccio,

Maria Laura – Monasterace

Politica

Polizia à la carte

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Una domanda viene lecita, leggendo e inorridendo per il caso della Shalabayeva, la moglie dell’oppositore kazako rispedita nelle fauci del lupo. Ma la polizia di questo strano paese, è il quesito, è una forza dell’ordine o un manipolo di grette guardie private agli ordini di questo o quel partito, di questo o quel figuro politico?

Ricordate il G8 di Genova e le polemiche che seguirono alla ormai accertata visita di Gianfranco Fini nelle caserme prima e durante la mattanza terroristica a cui fu sottoposta quello splendido movimento no-global?

Ora ci risiamo. La polizia che si piega ai voleri di un ex primo ministro, Silvio Berlusconi, e del suo scagnozzo, Angelino Alfano, ed espelle una donna e una figlioletto dopo aver picchiato il cognato (oh sì, ci potete scommettere che lo abbiano picchiato).

Dice giustamente Matteo Renzi: “In questo paese paga sempre la polizia, mai la politica che la guida”.

Reste la domanda. La polizia lavora per i cittadini o per i potenti?

Politica

Il governo dei pescivendoli

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Premesso, ho grande rispetto per i pescivendoli. Li ritengo una categoria meritoria e indispensabile per avere un bel pesce fresco sulla tavola. Ma è una categoria che vende pesce, appunto. Non le si chiede certo di governare.

Ecco, a Letta, Alfano, Bonino si chiede di governare. In qualche modo. Il guaio non è solo che non stanno governando. Ma stanno, con caparbietà, quasi con lucida lungimiranza, governando male. Quel poco su cui questo sciagurato governo sta mettendo la testa (e i piedi) lo sta sbagliando.

Sul lavoro, sul rilancio dell’economia, sui giovani, sulla burocrazia, sull’aiuto alle piccole e medie imprese, sulla leva fiscale, sulla sburocatizzazione delle banche il governo non ha deciso ancora nulla. Nada. Nisba. Zero che zero.

A volte, però, viene il sospetto che cotanti statisti è meglio che non facciano nulla, perché quando agiscono ne combinano una più del diavolo. Come nel caso di Alma Shalabayeva, la moglie dell’oppositore kazako al regime di Nazarbayev. Arrestata, insultata, chiamata puttana e rispedita, dopo due giorni di “rapimento” della figlioletta, a casa con un bigliettino sulla valigia: “Da Berlusconi per il suo amico Nazarbayev. Con tanto amore“. Alfano non sapeva ovvio. Chi ha sbagliato pagherà, come dice Letta. Ovvio. Peccato che pagherà il solito burocrate oscuro.

Emma Bonino, invece, proprio quella che denunciava a ogni piè sospinto dittatura a destra e a manca dice che lei, del caso Shalabayeva sapeva poco. E quel che sapevo lo ha detto ad Alfano.

O come nel caso degli insulti di Calderoli. Per tutta la domenica, Letta non prende posizione. Poi, oggi, se ne esce (buonanotte) con una battuta contro Maroni, intanto però non tira le orecchie a gente dentro la sua maggioranza, come Maurizio Gasparri (no, dico Maurizio Gasparri) che dice che con lo ius soli l’Italia diventerebbe la sala parto dei clandestini.

Un consiglio a Letta, Alfano, Bonino. Andate a vendere il pesce.

Politica

Ma stiamo scherzando?

PD-SFASCIO

Il Parlamento, ricattato da quattro balordi del Pdl, si ferma per un giorno. La riunione di maggioranza che doveva affrontare (alleluja) le questioni economiche che riguardano tutti gli italiani, visto che la ripresa non si vede come in tutto il resto del mondo, è stata rinviata. Fabrizio Cicchitto, sì proprio lui, parla di situazione “drammatica”. Non quella di tanti giovani con contratto a tempo determinato, non quella della fabbrica Fiat di Mirafiori ormai un cumulo di macerie industriali. No. Quella di Berlusconi. Il cui processo Mediaset finirà, forse, il 30 luglio prossimo con la decisione della Cassazione dopo 12 anni. Dodici. Altro che fretta.

E il Pd? Questo partito, la cui essenza ormai è simile a quella di un lungo stronzo che cade nel cesso, va al traino del Pdl e ingoia anche il rospone del rinvio.

A Matteo Renzi dico. Piglia i bagagli e vattene da questo partito. Andiamocene.

'ndrangheta · Società

Lanzetta, alcune amare riflessioni

Le dimissioni del sindaco di Monasterace Maria Carmela Lanzetta, a cui balordi ndranghetisti bruciarono la farmacia e contro la cui macchina spararono, sono tristi.

Il giornalista Antonio Talia, mi vorrà scusare se lo cito, su twitter ha utilizzato la parola “ignavia”.

Ha ragione, Antonio.

Le dimissioni della Lanzetta e la sconfitta dell’ex sindaco di Isola Capo Rizzuto, Carolina Girasole, rappresentano le dimissioni, nel primo caso, e la sconfitta, nel secondo, della società civile. Perché ne ho fin sopra i capelli – anzi, mi sono proprio rotto le palle – di sentire espressioni come “lo Stato qui non c’è”. A non esserci è la società civile calabrese, il terzo stato, il popolo. E, di conseguenza, non c’è la classe politica calabrese che di quella società è lo specchio.

Aldilà del “no” che ha accompagnato la richiesta della Lanzetta di dichiarare il Comune parte civile in alcune vicende giudiziarie, decisione su cui lascio interrogarsi chi l’ha presa – avrà certo i suoi buon motivi -, a impaurirmi, a ferirmi è l’ignavia di noi calabresi. Ignavia. Andate a cercarlo su un buon dizionario italiano, ‘sto termine. E stampatelo, scolpitelo, disegnatelo, ficcatevelo in testa. Perché è questo che siamo. Ignavi. A partire da me. L’ignavia di chi “era giusto lo facesse ma non ora”, di chi “non doveva forzare la mano”, di chi “non era questo il momento”, di chi “ma sì, a noi che ce ne viene”.