Politica

A Sesto, nel cuore del disastro della sinistra

L’indifferenza a Sesto aleggia come le nuvole basse di questa mattina. Del risultato storico, di cui parlano i giornali, della caduta della sinistra dopo 70 anni, di cui discettano in TV, qui non frega niente a nessuno. Non è quella rabbia profonda che in altri posti ha premiato i 5 Stelle, né quella voglia di cambiare classe dirigente che a Genova ha mandato a casa il Pd. Qui, a Sesto, è indifferenza. Quell’annoiata, lucida indifferenza che segue l’impegno, la lotta, la passione perdente. Erano anni che Sesto lanciava segnali in splendida solitudine e poneva domande a cui nessuno rispondeva più. Che significa essere la “Stalingrado d’Italia” se l’industria pesante è scomparsa e alla classe operaia avete detto che il futuro era qualcos’altro senza che le specificaste cosa? Che significa essere la “Stalingrado d’Italia” se al posto delle Falck c’è un vuoto che voi volete riempire con la modernità delle archistar? Cosa la “Stalingrado d’Italia” quando ci avete ridotto a dormitorio di Milano, la sorella grande, bella e luccicante che merita le vostre attenzioni, mentre noi non vogliamo uscire dai sporchi, fuligginosi, ferrosi anni Settanta, con le nostre medaglie al valore civile, le nostre barricate ideali e il nostro senso civico di sinistra-sinistra? Oggi a Sesto San Giovanni riparte una settimana nuova. “C’è lo sciopero?” chiede la donna all’addetto ATM. Almeno, oggi, a questa domanda c’è risposta.

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Esteri

Dove osano i tomahawk

Ci siamo alzati una mattina con i video di uccelli vomitanti fuoco e cattivi presagi. Tomahawk. Così chiamano gli americani i loro splendidi missili a lunga gittata. Come gli indiani oppressi e cacciati dalle loro terre chiamavano le loro lance da guerra, che poco poterono in quella guerra contro fucili, polvere da sparo e cannoni.

Ci siamo fermati a guardare quei Tomahawk, specchiandocisi, riflettendoci tutti i nostri dubbi e tutti i nostri timori. Li abbiamo visti alzarsi in volo, quasi goffi, quasi pigri, dai loro scompartimenti nella pancia della nave da guerra americana. Li abbiamo visti partire nel cielo buio, verso un punto da qualche parte nella Siria. Non li abbiamo visti schiantarsi, ma ci dicono che sì, hanno fatto tanto male all’aviazione del dittatore Assad che pochi giorni fa ha gasato donne e bambini del suo stesso popolo.

Ci siamo divisi, attorno a quei Tomahawk. Chi a favore, chi contro. Chi “era ora”, chi “ora dove andremo a finire”. E mentre ce lo chiedevamo nella pacifica Svezia un qualche altro terrorista lanciava l’ennesimo camion di morte contro un certo commerciale. E’ la guerra ai tempi dei social network, bellezza. Una guerra pulviscolare, parcellizzata, diffusa, liquida, a bassa intensità. Che viene a trovarti a bordo di un camion o in groppa a un missile da 200.000 dollari cadauno.

Società

Milano, “in” e “out” della pausa pranzo

Milano, annus domini 2017. La pausa pranzo è lo specchio fedele di una città con i suoi costumi, i suoi trend, e bla bla bla. Insomma, le paturnie e le ossessioni e le passioni e gli isterismi riflessi su quello che i milanesi – d’adozione o di nascita, è uguale – mangiano divorando quei piatti come se azzannassero il tempo per punirlo della fretta con cui scorre. Bene, detto ciò, vediamo cosa fa della pausa pranzo una pausa pranzo alla milanese.

Ristorante:

  • “In” se il suo menu è etnico, bio, vegano, orientale, esotico, baby-friendly, gay-friendly, dog-friendly, pets-friendly, per celiaci, maniaco-compulsivi, se ti servono in piedi, da un’Apecar, da una roulotte, con le mani, con un cappellino, con una divisa che manco in questura, se ordini da un menu in inglese
  • “Out”, se il ristorante è un cazzo di ristorante normale.

Macellerie:

  • “In” se alle 13 ti servono il panino e l’affettato tagliandotelo davanti agli occhi “così-vede-signore-che-qui-è-tutto-fresco”, “Oh-non-ho-dubbi-per-questo-vengo-da-voi-e-non-al-bar-ché-lì-chissà-cosa-ci-mettono-nei-panini”, se alle 13 si mettono a prepararti l’insalatina con l’acciughina e il pane morbido e il tonno fresco fresco, se alle 13 c’è una coda che manco vendessero gli ultimi voucher in nero dopo il taglio di Gentiloni
  • “Out” se il macellaio è davvero un macellaio, con la divisa bisunta, il naso butterato, l’accento un po’ così e il panino col prosciutto lo chiama “panino col prosciutto” e non “pane gourmet farcito col prosciutto” e se, chiedendogli un’insalatina, ti guarda con uno sguardo torvo che nemmeno Enrico Letta quando Matteo Renzi gli disse di stare sereno.

Caffé:

  • “In” senza se e senza ma fino a qualche decennio fa. La bevanda ideale nella Milano da bere anni Ottanta, che viveva sfrontata e sfacciata, festante e fastosa.
  • “Out” oggi, non tocca più le corde di una città dalle mille sfumature, dove si corre ma con raziocinio, si lavora tanto ma pensando al futuro del pianeta, si “pippa” ma solo roba buona, si esce la sera ma dopo aver fatto una donazione per un orfanotrofio in Uganda.
  • “In” se il caffè lo ordini:
    • al ginseng (ma in calo, troppo rapido nella sua preparazione, nell’ordinarlo non provi quello charme necessario per affrontare la seconda parte della giornata)
    • macchiato freddo
    • macchiato caldo
    • macchiato tiepido
    • macchiato al latte di riso/soia
    • in tazza di vetro
    • lungo
    • corto
    • al cioccolato
    • al guaranà.
  • Se avete dubbi se il vostro caffè sia tanto o poco “in” basta guardare la faccia del barista. Capirete tutto. Tutto.
'ndrangheta

Juventus e ‘ndrangheta, embé?

Agnelli ha incontrato davvero degli ‘ndranghetisti per la gestione della Curva Sud e del bagarinaggio? Se anche fosse vero, non ci sarebbe niente di male. Perché:

1. Agnelli non è un pubblico ufficiale. Non può chiedere la fedina penale a tutti quelli con cui parla. E se anche avesse avuti sospetti su qualcuno, non spettava a lui fare indagini, dare giudizi, comminare sentenze.

2. Tutte le società calcistiche, dalla terza categoria alla serie A, devono vedersela con i gruppi ultras, vere e proprie organizzazioni criminali. E’ di pochi giorni fa la notizia degli arresti fra i “tifosi” dell’Atalanta per droga e rapina. Inchieste hanno toccato anche quelli del Milan, e poi Brescia, Verona, Catania, Napoli con il famigerato Genni ‘a Carogna (proprio quel capo ultrà mezzo mafioso con cui andò a contrattare in un Napoli-Fiorentina finale di Coppa Italia il prefetto Giuseppe Pecoraro, colui che oggi accusa Andrea Agnelli di aver trattato con gli esagitati della Curva). Insomma, ogni società ha il suo bel gruppo di guappi con cui trattare.  Sarebbe (anzi, è) opera dello Stato porre fine a questi piccoli o grandi feudi al di fuori della legislazione che sono le Curve, come fece la signora Tatcher in Inghilterra negli anni Ottanta, non certo ad Andrea Agnelli.

3. Se fosse vero, la ‘ndrangheta replica con la Juventus e con altre società calcistiche quello che fa in Calabria a tutti i livelli e nel Nord Italia nel settore economico: riempire i vuoti dello Stato, in base a un principio elementare della fisica di occupazione degli spazi lasciati liberi. Andrea Agnelli, come tanti imprenditori e tanti politici nel Sud come nel Nord Italia, in Canada come in Australia, avrebbe operato come un buon padre di famiglia: di fronte all’assenza dello Stato si è adoperato perché l’equilibrio non si rompesse. Il resto sono chiacchiere di moralisti bercianti e perdenti.

Politica

Il paese “a cazzo di cane”

Due o tre cose che ti fanno capire che questo nostro Paese è un Paese irrimediabilmente ingovernabile, ostinatamente anarchico, menefreghisticamente arroccato su se stesso. L’Italia, il posto dove l’economia, la politica, le classi dirigenti, il popolo governano, decidono, guidano, vivono “a cazzo di cane”

  1. L’economia italiana cresce. Piano. Troppo piano. Di questo passo, ci dicono gli americani, la luce in fondo al tunnel della crisi la vediamo nel 2025. Buonanotte. E’ come quando tu ti ostini a giocare a calcio nonostante sei una pippa incallita e gli altri, che in fondo ti vogliono bene perché sei simpatico, non ti dicono che sei una pippa, ma che se magari vai a casa e ti alleni poi la prossima volta puoi giocare bene. Ma gli altri sanno che non è vero. Ché, tanto, la prossima volta non giocherai bene. E, infatti, nel Paese dell'”a cazzo di cane” non si va mica a casa ad allenarsi, ma si va a casa a capire come fregare, perché il tuo vicino frega più di te, perché se non ti svegli quello ti frega ancora meglio. E, allora, anno dopo anno sfondiamo nuovi record di evasione fiscale. E scopriamo che nel 2016 ce n’erano più di 8mila totali. Totali, cioè non hanno pagato nemmeno un euro. Zero, nada, nisba.
  2. Cresciamo poco perché ci sono problemi strutturali enormi, come un debito fuori controllo, spese in ogni angolo della pubblica amministrazione, corruzione, disonestà diffusa, mancanza di senso dello stato da parte dei cittadini. E di chi è colpa? Dei voucher, e di chi sennò? Al rogo, i voucher. Evviva la CGIL, evviva il referendum, mandiamoli tutti a casa, i politici e i loro voucher. L’alternativa al voucher è il lavoro nero? Chissenefrega. E’ un Paese alla “cazzo di cane”. Viviamo per scovare capri espiatori, e scovarli per lanciarli con la bava alla bocca contro i politici. Loro, sempre loro. E loro, sempre loro, per sfuggire alla folla impazzita si libereranno del cerino.
  3. I casi di morbillo sono cresciuti nei primi mesi di questo anno del 230 per cento rispetto allo stesso periodo del 2016. Nel Paese dell'”a cazzo di cane” non si risponde con una politica di profilassi seria, con ammende e obblighi severi alla vaccinazione. No, in un Paese del genere anche un candidato alla guida del partito più importante, Michele Emiliano, per inseguire un movimento populista e orgogliosamente inetto a governare come i 5 Stelle si mette a insinuare che forse i vaccini non sono la soluzione, ma il problema.
Società

Ho visto da vicino i Black Bloc

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Volevo vedere da vicino i black bloc. La sfilata del primo maggio a Milano mi sembrava l’occasione. Quando sono arrivato a Piazza XIV Maggio, il tempo per stupirmi della bellissima, nuova Darsena e mi sono tuffato nel corteo che era già partito.

Scovare il Blocco Nero è stato semplice. Si era posizionato indietro nel corteo, avanti allo spezzone rosso dei Cobas che lo chiudeva. Una posizione strategica perché gli ha permesso di nascondersi nella pancia del corteo. Anche se questa volta si è visto subito che c’era poco da nascondersi. La massa nera, inquietante, era un blocco massiccio, compatto, combattivo. Quando mi ci sono mescolato, insieme ad altri giornalisti che ci ronzavano intorno come api col miele, ho intuito subito che la tensione era alta. I fotografi e i cameraman sono stati da subito bersagliati, è volato anche qualche ceffone.

Dopo pochi metri in Via Ticinese, la prima svolta nei pressi delle Colonne di San Lorenzo e il primo contatto con un cordone di carabinieri. Sfottò, ma tutto filava liscio. Il Blocco Nero non era ancora pronto. Il segnala passava dai gesti, dagli sguardi, e da due fumogeni accesi in mezzo al corteo. Nel fumo dei quali i Black Bloc afferravano caschi e mazze e si trasformavano da “normali” contestatori a violenti.

Lungo Via De Amicis e Via Carducci, non una vetrina di banche, istituti di credito, agenzie immobiliari, persino di negozi di occhiali, è stata risparmiata. Non una. Mi sono avvicinato a un ragazzone, tutto in nero, e questo mi faceva: “No picture”. Inglese nei quali intuivo delle cadenze tedesche. Li osservavo. Erano organizzati così: due o tre si staccavano dal corteo tirando fuori martelli e corpi contundenti e spaccavano tutto, altri due li scortavano ai lati proteggendoli da telecamere e fotocamere. Un giornalista del Giornale Radio della Rai con cui scambiavo quattro chiacchiere veniva avvicinato da due ragazze. “Che è quella foto? Cancellala”. Altrimenti avrebbero chiamato “i ragazzi”, aggiungevano. Il giornalista cancellava.

La progressione di bombe carte mi annunciava l’arrivo del Blocco in Largo D’Ancona all’incrocio con Corso Magenta. Per chi non è di Milano, è zona Cadorna, pieno centro cittadino. I ragazzi in nero attaccavano subito i due cordoni di poliziotti e carabinieri. Lì vicino c’è il Palazzo delle Stelline, una delle sedi dell’Unione Europea a Milano, uno degli obiettivi della vigilia. Ma non vedo una strategia particolare nel Blocco, solo quella di menare le mani. Era il momento più critico. La piazza diventava un campo di battaglia, il Blocco ne aveva il controllo, la polizia si limitava a contenere. Caricare avrebbe significato esasperare gli animi, con il rischio che le forze dell’ordine, per la particolare conformità della piazza, venissero attaccate sui lati. Venivano lanciati gas urticanti che mi attaccavano gola, occhi, stomaco. Vomitavo per la tosse. Dopo la crisi e dopo esser tornato con altri giornalisti dalle parti di via Magenta (ringrazio una infermiera fra i manifestanti che mi ha allungato dell’acqua con del Maalox), non credevo ai miei occhi. Uno dei centri della movida milanese era uno scenario da post bombardamento. Macchine in fiamme, fumo nero sui palazzi, la filiale della CREDEM distrutta anche all’interno.

Iniziava un tira e molla che ci portava fino a Pagano, quando tutto finiva. All’improvviso. Così com’era iniziato. E finiva come in qualsiasi spettacolo teatrale. Con gli attori, in questo caso i duri in nero, che si spogliavano dei loro abiti e tornano a essere quelli che erano. Ragazzi, spesso ragazzini, che si disperdevano in metro, nei bar, nei circoli. Eccolo il Blocco Nero. Duro, violento. Che ti lascia con mille inquietudini mentre loro tornano a progettare altri assalti.

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I miei mondiali / Italia 90 – Ultima parte

A 9 anni imparai a odiare. Prima di allora, d’altronde e per fortuna, non che ce ne fosse stato bisogno. Un bambino difficilmente arrivare a odiare. L’odio è il sentimento che si prova di fronte a eventi incontrollabili e ineluttabili. Odi il lavoro perché non fa per te ma d’altronde devi portare il pane a casa e non puoi farci niente. Odi la tua ex perché ti ha fatto le corna e non puoi farci niente. Odi tua moglie perché è tua moglie e non puoi farci niente. A meno di divorziare, ma che sbattimento. Quindi è come non poterci fare niente comunque.

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A 9 anni, un bambino usa la fantasia. Non vorresti alzarti il mattino, ma fantastichi che un giorno sarai un nababbo ricco e che potrai svegliarti quando vuoi. Non vorresti studiare e non ti piace la maestra, ma fantastichi che un giorno verranno a consegnarti a casa la lauree ad honorem bussandoti alla porta e chiedendoti scusa per i giorni che ti hanno fatto perdere. Poi, a forza di “stai con i piedi per terra” e “hai la testa sempre fra le nuvole, sveglia!”, disimpari a sognare e chiudi questa valvola di sfogo. A 9 anni vedi l’odio come il sentimento da adulto per eccellenza. La bomba atomica che gli adulti sganciano quando sono impotenti, colmi di rabbia, incompiuti, depressi e violenti. D’altronde, cosa sono le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki se non le espressioni estreme di odio di uomini adulti contro altri uomini adulti?

Argentinian forward Claudio Caniggia (C)

A 9 anni odiai Zenga. Vincevamo 1-0 contro l’Argentina in semifinale. Doveva starsene buono buono fra i pali aspettando il 90esimo. E invece cosa mi fa? Esce a valanga su Caniggia (Caniggia!) provocando il pareggio e facendoci andare ai supplementari. Quando poi Maradona insacca l’ultimo rigore mandandoci a casa, mi ricordi che guardai mio padre. Con malcelata inquietudine, immagino di aver avuto quel tipico di sguardo da bambino che si aspetta che il padre gli dica “Ehi, ci penso io”. Odiai mio padre. Come poteva non fare niente? E come poteva accettare di non poter far niente con tranquillità senza impazzire dal dolore? Mi lasciai cadere sul letto a peso morto e, senza accorgermene, piansi. A quel punto, mi sfogai come un bimbo di 9 anni che, seconda lezione, capisce che esiste la sconfitta.

1990 World Cup Third Place Play Off. Bari, Italy. 7th July, 1990. Italy 2 v England 1. England's Trevor Steven moves away from Italy's Carlo Ancelotti with the ball.

Al diavolo. Odiai Zenga e i suoi compagni. Odiai il mio esercito di pappamolla, perdenti e rammolliti. Guardai con la coda dell’occhio Italia-Inghilterra e accolsi con freddezza il nostro terzo, grigio, scadente terzo posto. Decisi che la mia carriera da tifosi sarebbe finita lì. Troppa fatica. Ma ricordo quel tabellone dello stadio inquadrato dalle telecamere con su scritto “Arrivederci Italia ’90. Welcome Usa ’94”. Ehi, mi dissi, vuol dire che la giostra riparte. E magari, boh, vinciamo. La fiammella era accesa. E non si sarebbe spenta sotto la pioggia delle disillusioni e delle sconfitte.

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Italia ’90 insegnò molto a quel bimbo di 9 anni. Che c’era una vita da vivere e tante battaglie da combattere. Ma soprattutto gli fece conoscere il giocattolo più bello del mondo. Il calcio.

Che 4 anni dopo, negli Stati Uniti, mi ritrovò alle porte dell’adolescenza.